
Quando scopri che tuo figlio è disabile, fai come Google Maps quando perde il segnale.
Appare un cerchio colorato in mezzo ai tuoi pensieri e cominci a elaborare il nuovo percorso.
È inutile far finta che sia tutto come prima. Cambia tutto. Sai che tanti momenti, pensieri, parole che aspettavi dalla tua vita di padre, non ci saranno e che dovrai essere un genitore diverso dagli altri, così come tuo figlio è diverso da tutti gli altri ragazzi.
Il mio rimpianto più grande è quello di non poter vedere Shahao prendere il volo. Credo che amare il proprio figlio voglia soprattutto dire, lasciarlo andare.
I figli non sono di nostra proprietà. Chi la pensa in questa maniera, indottrina i propri figli, senza educarli. Passa nozioni e comandi, non pensieri. I figli avranno dei pensieri uguali o simili ai nostri, oppure contrari. L’importante è che li abbiano e che se li tengano bene stretti.
Credo che un genitore sia un istruttore di volo, che insegna a suo figlio come decollare, atterrare e come si fa a tenere la rotta.
Ma le coordinate e l’aeroporto in cui atterrare non spetta a me decidere quali possano essere.
Non sono triste perché Shahao non potrà badare a me quando sarò ancora più vecchio; in questi giorni di montagna insieme, mi si strozza la voce quando lo vedo aiutarmi a preparare pranzi e cene, o quando mi ha sussurrato “Buon compleanno papà”, abbassando gli occhi, con vergogna. Ho voluto fortemente un figlio, non un badante.
Sono triste perché non lo vedrò volare così come tante volte ho sognato.
Questo ho capito. L’amore per i figli è vederli volare via.