I pazzi sono fuori

Venerdì scorso Shahao ha finito la settimana di centro estivo. È stata intensa, appagante. Ogni giorno a giocare a calcio, beach volley, pallacanestro, bagnarsi con l’acqua. Tutto sotto lo sguardo di Laura, l’allenatrice che lo segue con la squadra di calcio dall’inizio dell’anno, Vanessa, Francesco e gli altri educatori che hanno seguito, tenuto insieme e animato per tutta questa settimana questo gruppo di ragazzi.
Poche parole, spesso dette a fatica. Ogni ragazzo, uno sguardo diverso sul mondo. Ogni sguardo, tanti pensieri difficili da afferrare, così veloci, da rincorrersi l’uno con l’altro senza mai prendersi.
In un mondo in cui ognuno è concentrato solo su se stesso, sui miglioramenti, sulla competizione in una perenne e continua sindrome dell’ombelico, Shahao e i suoi amici diventano indigesti, fastidiosi, impossibili da comprendere e da inquadrare. Perché alla fine è questo che dà fastidio. Ogni cosa deve essere classificata. Ognuno deve avere la sua definizione, deve trovare la propria casella. Se questa casella non si trova, sono cazzi.
Fino a che si è bambini, c’è la tenerezza e quella cattolica voglia di esibire la carezza al mongolino, che tampona la situazione e porta i genitori a spingere i figli ad andare vicino al bambino strano. Quando ci si affaccia all’ età adulta, si diventa fastidiosi, problematici, anche dannosi per i propri limiti e non si è più sopportati.
Negli ultimi anni, i centri estivi per noi sono stati proprio così. Lamentele, sguardi duri, accuse anche poco velate di non sapere educare nostro figlio si sono ripetute negli anni, fino al “venite subito a prenderlo, vi ridiamo i soldi” dello scorso anno.
Con gli Insuperabili, abbiamo trovato invece un pezzo di mondo che accoglie Shahao e noi per quelli che siamo. Lui con le sue peculiarità, noi con i nostri limiti e le ansie.
Così come sul loro campo di calcio, anche nel loro centro estivo, sparisce la disabilità e diventano dei ragazzi che si devono intrattenere, divertire e passare le giornate insieme, senza pensieri .
E noi ritorniamo ad essere dei genitori. Normali, anonimi genitori con un figlio affettuoso, gioviale, rompiballe nella media. Genitori che non devono fare i conti ogni giorno con secchiate di sensi di colpa, buttati addosso dal primo che passa.

Nei giorni scorsi mi è capitato di passare di fronte agli edifici che ospitano le facoltà di agraria e veterinaria, dietro casa nostra, a Grugliasco. Sono palazzine degli anni ’30 occupate fino a qualche decennio fa dall’ospedale psichiatrico di Grugliasco, nato in quegli anni per dare respiro al sovraffollato manicomio di Collegno.
Con il tempo hanno perso la loro patina di sofferenza. Il dolore che trasudava da quei muri è stato stemperato dai tanti giovani che frequentano l’università e passano il tempo nei giardini. Colorati, chiassosi, spensierati, hanno dato un nuovo colore a quelle palazzine austere.
Un po’ isolata, proprio in fondo al viale, c’è invece una palazzina diroccata. Le finestre sono state in parte murate, altre sono rotte e si muovono al vento. La vegetazione ricopre il giardino e gran parte della facciata, nella cui parte superiore si legge ancora “Sezione medico-pedagogica”. È Villa Azzurra. A dispetto del nome, una delle porte dell’inferno. Fu il manicomio dei bambini. A partire dal 1960 bambini vivaci, con problemi caratteriali, o più semplicemente non voluti, nati fuori dal matrimonio in una società profondamente bigotta, oppure nati in famiglie troppo povere da non poterli mantenere, furono internati nella struttura. Dal 1964, a capo del manicomio, venne nominato Giorgio Coda, ex psichiatra di Collegno, chiamato da infermieri e pazienti, “L’elettricista”, per l’utilizzo continuo dell’ elettro shock.
I bambini vennero sottoposti a elettro shock continui. Alcuni furono trovati con i denti rotti per questo. Tutti venivano picchiati, legati, spesso nudi, ai letti, alle panchine del giardino e di inverno, ai termosifoni accesi.
L’inferno terminò nel 1970, quando un fotografo dell’Espresso riuscì ad entrare e fare una cinquantina di scatti che vennero subito pubblicati. Altri uomini, altri giornali. Fece scalpore la foto di una bambina nuda legata al letto, quasi crocefissa, come una nuova passione di un cristo dei giorni nostri.
Il manicomio venne chiuso. I bambini portati via. Coda, grazie alle sue protezioni politiche, non fu condannato e tornò addirittura a svolgere la sua professione, fino ad un giorno di dicembre del 1977, quando un commando di Prima Linea fece irruzione nel suo studio medico, lo legò al termosifone e gli sparò due colpi di pistola alle due braccia e uno al ginocchio.
Ho pensato a quel portone. Ho pensato a Shahao e a tutti i suoi compagni che si ritrovano fra le magliette rosse di allenatori, psicologi e pedagogisti degli Insuperabili a giocare e divertirsi. Ho nelle orecchie le loro risate, le urla per ogni gol, negli occhi gli abbracci, le corse, il pallone che corre. Ho pensato a come sia questione di fortuna il luogo e il tempo in cui si nasce. Bastano pochi chilometri, qualche anno e la vita cambia in maniera drammatica, senza alcuna colpa o merito. Se Shahao, Nadir, Lorenzo, Christian, Silvia, Alif, Simone fossero nati qualche decennio prima, avrebbero finito la loro breve corsa a Villa Azzurra.
Ho pensato alla paura del diverso, alla voglia di rinchiudere e nascondere la diversità, perché non possa turbare le piccole sicurezze che ci fanno sopportare la miseria delle nostre esistenze, compresse fra la voglia di possedere ogni cosa utile e soprattutto inutile, e quella di competere per ogni cosa.

Villa Azzurra è dietro ogni angolo. Nella scuola, incapace ad accogliere i bambini e i ragazzi disabili, che arriva a fare l’insegnamento differenziato, senza pensare all’inclusione. Nello sport in cui viene celebrate vittoria, forza, sopraffazione dell’avversario. Nella sanità che abbandona i disabili al loro destino e al portafogli della famiglia. Negli sguardi di compassione, spavento, curiosità pelosa che ti squadrano per la strada.

E poi le parole. Cazzo le parole, quanto pesano. Nelle parole c’è tutta la voglia di rinchiudere, reprimere, nascondere, cresciuta e maturata in tutti questi anni. Voglia di manicomi, prigioni, cancelli chiusi. Voglia di buttare via la chiave. Ma quando quello strano è tuo figlio, ti chiedi fin dove può arrivare la stranezza. Ti chiedi dove sarebbe la sua chiave senza i suoi genitori e dove sarà quando non ci saranno più. Ti chiedi che cosa è la normalità, chi ha deciso cosa è normale. Ti chiedi se sia più bello il suo mondo, o il tuo. E ti chiedi alla fine, se i pazzi sono fuori, come cantava Vecchioni.

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