
Da tanti anni non passavo più da quelle parti. Faticavo a riconoscere la mia via. Al posto della panetteria, due vetrine anonime. Non c’era più il parrucchiere e nemmeno la lavanderia sempre con la porta aperta, da cui usciva quell’odore di solvente che tanto mi piaceva.
Il portone era socchiuso. Sono entrato con curiosità dentro l’androne, lucido come mai l’avevo visto in tanti anni. Ho cominciato a salire le scale senza convinzione. I gradini grigi e le pesanti finestre metalliche con i vetri colorati, faticavano ancora a chiudersi.
La ringhiera marrone e il mancorrente di legno mi hanno portato fino al quarto piano. La targhetta di ottone era quella che ricordavo, con una “A” puntata a precedere il mio cognome.
La porta era accostata. Ho percorso il corridoio stretto e lungo, il pavimento a rombi bordeaux e avorio, fino alla camera da letto di mia madre. Quella era la stanza dei miei giochi. In un ripiano del mobile, il Monopoli e gli altri giochi di società, cui cambiavo le regole per poter giocare da solo.
Il parquet vecchio, in qualche punto bruciato dalla guerra, pieno di schegge pronte a infilarsi nelle mani, diventava invece la pista per incredibili gare di automobili.
Le macchinine erano già là. La Maserati rossa e la Fiat 125 blu metallizzato erano al comando, tallonate dalla Fiat 1800 e dalla 500 verde. Più indietro, quell’ Alfa Romeo che mi stava così antipatica che doveva sempre perdere.
Sopra il letto la piccola valigia rossa con le scatole di ogni macchinina. Devo aver fatto rumore, perché mia madre è entrata a guardare.
La vestaglia colorata, il corpo già segnato dal tempo. I capelli neri con qualche filo bianco, un sorriso da illuminare una piazza, un affetto da fermare il mondo. Era bellissima. Mi ha guardato, poi sempre sorridendo, ha chiuso la porta ed è uscita dalla camera.
Un benessere sconosciuto e un’improvvisa e totale sintonia con la vita mi hanno avvolto come il più stretto e caldo degli abbracci.
Mi sono svegliato. Cinzia dormiva vicino a me, Lea faceva le fusa fra le mie gambe, una riga di luce filtrava dalla porta. Non ho mai pianto così tanto.
Non abito più lì da trent’anni. Era un normale appartamento in cima a quattro piani di scalini ripidi. Pochi mesi dopo essere andato via, tornai nel cortile di quella casa. In un cumulo di macerie, vidi i pezzi delle piastrelle che mi avevano visto crescere. Di lato i listelli del parquet. Rotti e impolverati. Solo i ricordi possono riportarmi oltre quel portone.