Qual è stata quell’ultima volta

La memoria è uno strano intreccio di colori, suoni, odori, sensazioni che il caso propone nei momenti più strani.
Un motore di un’auto che brontola, un bambino che fa i capricci nella casa accanto, una ragazza con un maglione colorato, incrociata al supermercato, ci prendono per mano e ci portano in mezzo ai nostri ricordi.

Mi piace immaginarli come tanti scatoloni di cartone impilati uno sull’altro in una stanza polverosa.
Quasi sempre la mente sa dove andare a cercare. Individua lo scatolone giusto, toglie la polvere ed estrae proprio quello che cerchiamo.
Altre volte ci prende in giro. Non ha voglia di spostare scatole, impolverarsi i vestiti, togliere il nastro isolante per scoprire che era la scatola sbagliata e ricominciare da capo. Così prende la prima cosa che ha per le mani, gli dà una bella spolverata e ce la propina come ricordo perfetto.

Le fotografie servono a impedire alla memoria di prenderci per il naso. Soprattutto quelle di una volta. Sì. Prima dei telefoni, le foto erano sacre, occorreva eseguire veri e propri riti, prima di scattarle, quando si andava dal fotografo a ritirarle e anche quando le si guardava. Erano preziose, sia per il costo, che per la magia con cui sembrava fermassero il tempo.

Sabato 30 saranno 50 anni che papà non c’è più. Era uscito di casa un paio di giorni prima, in barella, per quello che sembrava l’ennesimo ricovero in ospedale, di una lunga serie, cominciata un paio di anni prima.
Mi è sempre rimasto il rimorso di averlo salutato distrattamente, per lui, ma soprattutto per me. Ero un bambino, ma avessi saputo che era l’ultima volta, avrei chiesto al dio della memoria e dei ricordi di riporre in un angolo della mia testa, la sua voce, i suoi occhi, il suo volto.

Quello che rimane è invece questa fotografia, l’ultima. Tre mesi prima che morisse. Sgranata, sfuocata, l’immagine di un uomo malato e stanco, con il viso gonfio dai farmaci e gli occhi che non passano più la gioia delle altre fotografie, fatte anche in periodi in cui la fame mordeva.
Allora non sapevo che sarei diventato anche io un padre con i capelli bianchi, che avrei conosciuto l’impotenza di fronte alla vita, che avrei fatto parte anche io dell’altra parte, rispetto quella dei vincenti, degli ottimisti a tutti i costi.

Mi sei mancato molto, papà. Quando stai perdendo la strada, cerchi la mano paterna, il calore degli occhi del padre. Se non li trovi, barcolli e devi aggrapparti ad ogni cosa per non cadere. Ai ricordi, alle voci, alle canzoni, alle fotografie.
Dammi un’occhiata da dietro quella stella rossa e fatti sentire. Nel soffio del vento, nella pianura dopo la salita, nella fontana quando ho sete, nel calore di un gatto che dorme di notte sul petto.
Ciao papà.

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