
Ciao Isnardi. E’ stato per anni il cognome sul citofono di casa tua. Un’etichetta adesiva riportava poi Bosco, quasi in secondo piano. Sul campanello del tuo appartamento, l’etichetta non esisteva proprio e troneggiava un solido, quanto temporaneo Isnardi, scritto con una Dymo rossa.
Era la primavera del 1992 e notai subito il cognome. Mi buttasti là che si trattava di un vecchio coinquilino cui era intestato l’affitto e che costava troppa fatica modificare. Chissà se era vero, ma importava poco. Credo di essere stato uno dei pochi a salire nella tua casa di Via Duchessa Jolanda quasi all’angolo con via Principi d’Acaja, prima della ristrutturazione, quando era per te solo un letto, in attesa di scappare il venerdì a Priocca.
Ricordo tante pareti nella piccola casa. Un asse da stiro aperto, un divano e un rumore di inferno. Proprio sotto la tua camera da letto c’era una delle più famose vinerie di Torino. Che belle le vinerie di una volta. I pintoni, il vino sfuso, la gente che veniva dopo il lavoro, anche il più strano a bersi un bicchiere di vino. Ah le tradizioni. Ma sticazzi delle tradizioni, ti eri messo il divano dalla parte opposta della casa per poter chiudere occhio.
Su Via Principi d’Acaja, poco oltre la farmacia c’era un cinema porno, il Principe, in cui le persone entravano guardinghe e uscivano con cattolici sensi di colpa e occhi sorridenti.
Il cinema vegliava sulla piazza che non c’è e sui suoi traffici di sesso, soldi ed eroina, l’ultima droga dei poveri, in attesa della bamba delle camicie firmate e delle scarpe inglesi.
Ora al posto della vineria c’è una boutique degli occhiali. Boutique degli occhiali, cazzo. Allora si chiamava “ottico”. Ti accoglieva un omino basso, pelato, con il riporto, in camice bianco che ti proponeva sempre le solite tristi montature e faceva delle tristi foto tessera. Adesso vieni accolto da una minigonna ascellare, accompagnata da labbra rosso fuoco che ti chiede qual è il tuo claim. Un cazzo di paio di occhiali per vedere il cruscotto della macchina mentre guido è il mio claim.
Da anni, al posto del Principe, sorge un condominio di lusso, con al piano terra un supermercato in cui ti sembra di entrare da Tiffany, invece che andare alla ricerca di un gambo di sedano. E chissà, il tuo minuscolo caldo bellissimo appartamento sarà stato inglobato in uno studio notarile esclusivo.
Non era la Torino da bere degli anni duemila, nemmeno quella leccata e un po’ finta degli ultimi tempi, ma ricordo con tenerezza quei giorni, la durezza di quei luoghi, la conoscenza difficile fra un piemontese diffidente e un meticcio timido, la trasformazione di quel rapporto in amicizia , in fratellanza e poi in qualcosa di più che negli anni, nonostante la vita che ci ha allontanato e riavvicinato come una fisarmonica, non si è mai consumata.
Ho imparato con te a perdermi in un film di Almodovar, a sentire il peso delle parole di Osvaldo Soriano, a piangere su di un verso di una canzone di Fossati.
E poi le amicizie, gli abbracci che mi sono arrivati attraverso te. Liliana, Marisa, Zio Fabrizio e tanti altri sguardi e sorrisi che mi porto dentro. Momenti, risate, parole, silenzi e affetti perduti nel tempo, ma che sento miei e che nessuno potrà togliermi.
E allora, con i ventisei anni di allora che sono diventati quasi sessanta, i capelli grigi, gli occhi stanchi sono qui a piangere il mio amico Antonio. Piango il suo affetto che non ho più, la sua voce che non sentirò più, la sua libertà che mi dava conforto, il suo cinismo che mi faceva tanto ridere e la sua ironia che mi dava la possibilità di superare giorni scuri come questi.
Ciao Antonio. Stronzo. Dovevamo invecchiare insieme. Lo avevi promesso. Potrei dire che ti porterò sempre con me, ma non mi basta. Il vuoto che lasci è più grande di qualsiasi consolazione.