Sweet home Chicago

E’ bellissima. Inutile girarci intorno. Il primo giorno,ubriachi dal viaggio, dal fuso orario e dalla vita degli ultimi mesi, siamo andati al Millennium Park. Colazione, bagno, zainetti, infradito ed eccoci a passeggio per la città.I suggerimenti delle guide non servono, bastano il cuore e la bellezza di quanto ci circonda.
Chicago è la dimostrazione di quanto il paradigma che abbiamo noi italiani per cui “vecchio è bello”, sia totalmente privo di qualsiasi fondamento. Chicago dà l’idea di una città che si muove sempre. Come se fosse sempre intenta a non perdere il suo fascino. Mai banale, mai scontata, ricca di contraddizioni,ma proprio per questo così speciale. Interi quartieri composti da grattacieli avveniristici. Vetro e metallo insieme ad andare verso il cielo. Altri composti dai primi grattacieli che l’uomo abbia mai costruito. Massicci, austeri. Già nel solco della storia. E poi i quartieri signorili e popolari, fatti di casette ordinate, immerse nel verde.
A differenza di New York, l’atteggiamento di Chicago verso il benessere non è ostentato. Poche limousine, ancor meno auto sportive, o alberghi di estremo lusso. Di contro, il numero degli homeless è imbarazzante. Le persone che, come fantasmi con la loro vita racchiusa in un carrello del supermercato, o della spesa, sono quasi ad ogni angolo. Espulsi dalla società dei consumi americana e catapultati sul marciapiede. Sempre con un cartello, spesso con il figlio a mendicare qualcosa per riuscire a mangiare.
Per noi Chicago rimane anche quella del sogno di Obama. Quello di un popolo criticabile, ingenuo e senza storia, sempre detto con poca cognizione di causa e molta invidia, che però ha avuto il coraggio di sognare e ci ha creduto. Il sogno poi è stato tradito, o si è rotto, o chi lo sà. Ma noi non abbiamo avuto nemmeno il loro coraggio.

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