Prima della partenza

L’ansia cresce. La stanchezza pure. Non è fisica, ma sfinimento mentale. Decisione tardiva e quindi corsa contro il tempo a definire percorso, fermate, mezzi. Capire dove fermarsi e dove passare. Capire cosa vedere e cosa vivere. Il nostro impegno costante negli ultimi due mesi. Meglio di come abbiamo tenuto occupata la testa nell”inverno, ma la mente, per lo meno la mia, ha bisogno di fermarsi. Di  periodi di sana pigrizia e perdita di tempo.
Le valige sono pronte nella sala. Le ultime cose sul vecchio tavolino con il vetro Ikea tutto rigato sono in attesa di trovare un posto. Quest anno lo spazio abbonda. Meglio. Lo riempirò con i cd che mi porterò dalla terra della musica.
La volta precedente che avevamo fatto un viaggio itinerante negli Stati Uniti, risale a dodici anni fa, al nostro viaggio di nozze. Nelle foto che abbiamo visto recentemente i nostri volti da quasi ragazzi, da trentacinquenni pieni di entusiasmo, forza e con ancora qualche sogno addosso. Oggi dallo specchio del parrucchiere mi osservava il viso stanco di un quasi cinquantenne con i capelli grigi, le rughe profonde agli occhi ed i lineamenti tondeggianti dati dall’età. Soprattutto quei brandelli di sogni che facevano capolino dalle foto  di dodici anni prima, sgranate dallo scanner, sono spariti, sostituiti dalla rabbia, dalla rassegnazione e dall’inquietudine.
Venerdì mattina saremo sull’aereo. Proiettati verso venti giorni di immersione totale in un mondo che non conosciamo, quello degli Stati Uniti del centro sud. Il culto del successo, del dio denaro e della forza. Quanto di più odioso ci possa essere. La musica, la letteratura, il cinema e la commistione delle razze e della gente. Quanto di più spettacolare e strepitoso si possa produrre e vivere. Manca un giorno. Cominciamo a prendere aria nei polmoni ed a prepare il tuffo.

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