
Fra i momenti che compongono una giornata, ce ne sono alcuni particolari. Vengono vissuti come fossero momenti qualsiasi, attimi destinati a confondersi fra i milioni di immagini e suoni che affollano disordinatamente la memoria. E invece. E invece rimangono là, come segnalibro. Come una puntina colorata infilata nella lavagna di legno, alla quale hai appeso un foglio per ricordarti proprio di quella roba là. Rimangono per sempre, solo per sempre, pronti ad affiorare e far sentire la loro presenza nei momenti meno consueti.
Assieme a loro, ti arrivano le facce di persone che non ricordavi. E luoghi, colori, rumori, odori, forme, perfino sensazioni tattili che ti riportano a quei momenti, in quei posti là.
Mio papà mi tiene la mano in Piazza Marmolada, mentre attraversiamo corso Rosselli. Nell’altra il secchiello giallo con la paletta. Quell’auto, un Alfasud, che si ferma con il muso poco sulle strisce. Mio papà lo stramaledice, mentre andiamo verso i giardini dei ferrovieri, dove si trova una piccola locomotiva a vapore, agganciata a due carri merce, posti su di un pezzo di binario. Il treno ora è al museo ferroviario di Portici. La piazza è diventata una rotonda anonima, con un ancora più anonimo parco giochi intitolato a Pietro Mennea.
Un paio di anni dopo sono nel lungo corridoio di casa mia. Via Rivalta 26. E’ stato il mio indirizzo per quasi trent’anni. Fine dicembre. Sono ancora contento per i regali di Natale e perché papà è tornato a casa dall’ospedale dopo non so quanti mesi. Ha passato dieci giorni a casa, quasi tutti a letto, ma averlo lì dopo tanto tempo, per me era quasi magico.
Sono venuti a prenderlo con un ambulanza. E’ il 28 dicembre 1973. Lo saluto distrattamente, mentre sta uscendo dentro una barella, coperto da un plaid rosso. E’ l’ultima volta che lo vedo.
E’ il primo ottobre del 1972. Sono nel cortile della scuola con mamma. Attorno odore buono di vernice e di calce. La scuola è stata appena costruita. I ponteggi sono accatastati da una parte e il giardino deve essere ancora sistemato per accogliere erba e alberi. E’ enorme e profuma di nuovo. Io aspetto nel cortile, con il grembiule nero e il papillon azzurro. Mi guardo le mani. Sotto le unghie una piccola striscia nera, frutto del gioco del giorno prima. Anche mamma guarda le mie mani ed entra in allarme, con il suo sguardo perforante. Sento il mio nome. Lascio la mano e lo sguardo perforante di mia madre ed entro. Ci mettono in fila e saliamo le scale. È il primo giorno di scuola. Ne seguiranno tanti altri, fino ad arrivare tredici anni dopo, alla mia notte prima degli esami.
È luglio. Fa caldo, tanto. Per me l’estate è noia. Non ho una compagnia. Quelli che erano piccoli con me, sono cresciuti e se ne sono andati. Per quelli più grandil, quel ragazzo alto, secco, con la faccia butterata dall’acne non è attraente. È in quel periodo che ho imparato a fregarmene di cosa pensano gli altri. Alle cinque del pomeriggio sono davanti alla televisione. Il traffico fuori si attenua. Sull’inno brasiliano, scorrono le facce dei giocatori della nazionale brasiliana. Sulle maglie gialle, la barba di Junior, quella di Socrates, lo sguardo di Zico. Fino ad allora sono sembrati degli dei scesi in terra a giocare come si fa in cielo. Ora inquadrano l’Italia. La faccia seria di Zoff, i capelli scompigliati di Cabrini. I baffi di Gentile e Oriali. La barba di Tardelli e il viso tirato, smunto di Paolo Rossi. Poi inizia la partita e inizia la leggenda. I giocatori italiani sembrano volare. Segna Paolo Rossi e sembra che arrivi una scossa di terremoto. Tremano i lampadari, tremano i vetri. Ad ogni sussulto del Brasile, Rossi affonda la lama. È la prima volta che sento di avere vinto qualcosa. È la vittoria dei brutti e sporchi come me, contro gli splendidi.
Le giornate mi stanno consumando. Mamma è all’ospedale da quasi un mese. Sono passati dieci giorni da quando è entrata in fase terminale, poco più da quando ci han detto che era piena di metastasi. Da Caorle è arrivata Zia Emilia, che devo accompagnare in agenzia viaggi per fare il biglietto del treno. Diciamo a mamma che andiamo via per un paio di ore, ma poi torneremo. Mamma mi guarda con tutto l’affetto del mondo dentro i suoi occhi segnati dal dolore e dalla malattia che la sta consumando in fretta e dice: “El me picinin”. Mi sento avvolto da una nuvola. Capisco che è pronta per andare, e io devo essere pronto a lasciarla.
Morirà il 21 giugno del 1996. Non la sua nuvola che mi accompagna ogni giorno della mia vita.