
La sveglia suona per dire che, ancora una volta la notte è finita e mi devo alzare. La notte è il mio riparo, la baia dove getto l’ancora al termine di ogni giornata. Ci sono io, i miei pensieri, i libri e nessun altro che pretende da me qualche cosa.
Poi finisce. Ogni trenta secondi si alza il volume della suoneria. Ogni trenta secondi, una martellata secca e decisa sulla tempia, mentre l’angoscia comincia a salire come il latte nella pentola, che bolliva ogni sera e che io bambino, dovevo sorvegliare perché non uscisse, spargendosi sulla cucina a gas.
È l’angoscia per la giornata da affrontare, per tutto quello che mi aspetta, per le persone con cui avrò a che fare, per le ore che mi separano dal momento che più rincorro: la sera, il letto, i libri e tutto il resto fuori dalla camera. È l’angoscia per essermi svegliato e il rancore verso il dio del vuoto che non ha ascoltato l’ultima preghiera laica della sera.
Sono lavato e vestito, quando comincio a sentire quella mano ferma, dura, che comincia a stringere la gola. Manca il fiato. Vorrei rallentare, accorciare il passo, adeguarlo alla salita per arrivare in cima, ma non sto correndo. Preparo la colazione, guardo lo zaino di Shahao, cerco di occuparmi il tempo. Il fiato ritorna. Lentamente, ricomincio a respirare con regolarità.
Adesso che sono solo in casa, riordino, ispeziono la camera di Shahao. Ora, la mano comincia a stringere lo stomaco. Sempre più, come un cane che morde, senza allentare mai la presa. Mi fermo. Mi lamento. Mi viene da piangere. Spero che non arrivi nessuno, prima che le lacrime non siano finite. La mente parte. Cazzo, non voglio finisca là. Sto lontano dalle finestre, dal balcone. Oggi i tappeti si terranno la polvere del giorno passato.
Apro lo zaino e monto il mio ufficio. PC, mouse, presa, telefono, quaderno. Lo stomaco passa. Mi viene una fame incontrollabile. Mangio quel che mi capita a tiro. Trovare la concentrazione per lavorare è la cosa più complicata. Vorrei abbandonare la realtà. Comprendo chi cerca in una siringa la fuga, o in una pastiglia, una pausa dai giorni e dal tempo.
Poi la giornata continua con i pensieri sulle montagne russe. In cima alla salita, con energia, voglia e propositi, per ritrovarmi un momento dopo nel buio, la fatica di vivere come compagna. Finché non mi rendo conto che non sto solo annullando me stesso, ma tutto quanto mi circonda. Affetti, amore, amicizie. Tutto fatto a pezzi dalla depressione, che, per me che ne sono in mezzo, rimane l’unica e fedele compagna.
Ho afferrato la mano di Cinzia, che mi ha preso un appuntamento da uno psichiatra. Nei mesi scorsi, mi ero rifiutato categoricamente di andarci e non per vergogna, ma per sfiducia, pigrizia, perché alla fine il tuo dolore rimane un posto più confortevole, rispetto ad altre situazioni.
Solo, nel suo studio, ho vuotato il sacco, tirando fuori quel che mi faceva star male e quanto mi faceva star male. E la risposta non è stata vaga, accusatoria, o ha rimandato a mie azioni, ma è stata in una serie di farmaci da prendere, mattina e sera.
Pian piano, il mattino è ritornato ad essere a colori. Prima quello delle compresse: gialloblù e biancoblù, poi quello della fiducia e della voglia di vedere cosa potesse capitare durante le giornate.
Le mie giornate iniziano tutte con una compressa gialloblù e una biancoblù, più altre pillole di integratori, per ogni cosa. Proseguono poi normalmente, a volte bene, altre male, ma tutte con la voglia di vedere come andrà a finire.
Sono consapevole che la depressione non è una malattia normale. L’impressione è di camminare sopra di un filo, ben sapendo che cadere nuovamente nel buio è questione di poco .
Mettere in mostra le proprie debolezze in un mondo esagitato, competitivo, egocentrico e superficiale come quello di oggi, è un azzardo, ma credo sia salutare. Gli psicofarmaci, gli antidepressivi, se prescritti da persone capaci, sono un valido rimedio e consentono di ritornare ad una vita normale. Religione e regole sociali li demonizzano, considerandoli una vergogna, obbligando a mettere in primo piano le apparenze, chiedendo alle persone di nascondere malesseri, tristezze profonde e angosce di una vita.
Ho voglia di ricominciare a camminare.