Gaza e la risposta

Sono nato nel 1966. Per i casi della vita e i ritardi nella menopausa, mio papà aveva 57 anni quando arrivai io. Papà era un operaio, comunista, isolato per bene dalla Fiat nei suoi reparti in cui raccoglieva tutti i militanti del PCI, i tesserati CGIL in modo che non potessero “contaminare” gli altri.

Papà era stato anche partigiano e il fascismo, la guerra, la resistenza non sono mai state pagine dei libri di storia, ma oggetti che trovavo in casa, frugando negli armadi. Le tessere dell’ANPI, le corrispondenze dal confino dei suoi amici, le lettere censurate di un suo cugino militare dai campi di concentramento in Germania; dopo l’8 settembre aveva preferito la deportazione alla camicia nera.

Per me, il male assoluto è sempre stato rappresentato dai campi di sterminio, dalle persecuzione alla gente ebrea. I rastrellamenti, le donne rasate a zero, le persone usate per esperimenti e sottoposte comunque a violenza gratuita ogni giorno per anni. Quegli scheletri con due stracci che vennero trovati dall’Armata Rossa quando arrivò ad Auschwitz, i forni crematori, lo Zyclon B usato nei falsi pullman allestiti per uccidere.
Mi sono sempre chiesto come fosse stato possibile arrivare a questa violenza, a questa marcia perversione.

Poi, nel 2009 a Norimberga e nel 2010 a Berlino andammo a visitare i rispettivi musei del nazismo. Gratuiti, con guide multilingua, enormi, allestiti in sedi o luoghi che in precedenza erano stati palazzi nazisti.
In ogni museo, senza alibi, senza filtri, i tedeschi hanno provato a fare i conti con la storia e i loro anni della vergogna. Ed ho capito di più. Ho capito che tutti sapevano e che nessuno fece nulla. Non fecero nulla i cittadini che continuarono ad abitare attorno ai campi, non fecero nulla gli industriali tedeschi che sfruttarono la manodopera degli schiavi, non fecero nulla nemmeno gli altri stati che sapevano cosa stava succedendo. Mi rimasero, oltre all’ammirazione per i tedeschi e lo sgomento per quel che avevo visto e sentito, una domanda: come era stato possibile? E una convinzione, che non sarebbe più capitato.

Poi è arrivato lo sterminio di Gaza. La popolazione per due anni sotto le bombe. Abitanti uccisi, fatti a pezzi in casa, in coda per il cibo, dentro gli ospedali, senza un’immagine, una testimonianza nell’epoca delle immagini. Fiumi di parole sul come chiamare questo sterminio. E mentre si parla, si accusa, si cercano scuse, giustificazioni, le bombe continuano a uccidere. Quel che non è venuto giù con le bombe, viene demolito con i bulldozer.

Io torno ogni sera al caldo della mia casa, parlo, dormo, leggo, mi arrabbio, rido, vivo, mentre un popolo è stato rinchiuso anni fa in una tonnara, dove viene scientificamente fatto a pezzi nel vero senso del termine, finché non resterà più niente. Nel silenzio assordante di tutti.

Mentre nascondo in un angolo la mia ingenua convinzione, resto a guardare quella risposta che non riuscivo a trovare e che il tempo mi ha portato.

- / 5
Grazie per aver votato!