La torre di Bonod

Da dodici anni vengo a Challand St. Victor. Conta poco meno di 600 anime. La frazione in cui stiamo noi, un insieme di vecchie case una piccola chiesa e tre ristoranti, circa 200. A breve distanza da casa nostra, il lago di Ville e le rovine del castello degli Challant, che dal 1300 e per molti secoli hanno dominato tutta la Val d’Aosta. Nell’ altro versante della valle, poco più lontano, ad un ora di camminata, ci sono i Ponti Romani, che romani non sono, sul fiume Evancon.

Finite le attrazioni. O meglio ne esiste ancora una, la Torre di Bonod, che ho sempre sentito nominare, ma che non avevo mai capito dove diavolo fosse.
Sapevo che è alta poco più di dieci metri e serviva a sorvegliare la strada che dal castello di Challand portava al castello di Graines, ma in tutti questi anni non ero mai riuscito a vederla.

A metà giugno è venuto a cantare a Challand Ermal Meta. In una borgata dove non c’è nemmeno un treno da vedere passare, è stato un evento, anche perché ha alloggiato da Melania e Fabio nel nostro pianerottolo.
Mentre Cinzia dava una mano in cucina, Shahao ed io siamo andati a sentire il concerto, nei prati dall’altra parte della valle, quelli che abbiamo sempre davanti agli occhi uscendo sul balcone, durante il pranzo, o nei pomeriggi di relax.

Appena ci siamo seduti sul prato, non ho potuto fare a meno di notarla. Era davanti a me. La Torre di Bonod. Torre, oddio. Alta poco più degli alberi circostanti, dopo aver attraversato quasi mille anni di storia, era là ad osservare qualche migliaio di persone armate di cellulare, crema solare e bottiglietta di plastica, anche lei sotto il sole bastardo delle due di un pomeriggio di giugno.

Finito il concerto, siamo tornati velocemente a casa per mangiare la torta di Fabio, con Ermal Meta e i musicisti.
Prima di entrare al Sam’Suffy, ho dato uno sguardo, per vedere se il palco fosse già smontato, se ci fosse ancora gente sul prato, se fosse finita la mezza giornata di notorietà di Challand.
Ho alzato gli occhi ed era là. Era sempre stata davanti ai miei occhi, la stronza. Da casa nostra, la Torre si scorge senza problemi, in mezzo alle chiome degli alberi. Bastava alzare lo sguardo e cercare fra gli alberi che in dieci anni abbiamo visto crescere, o aspettare l’inverno e vederla senza problemi, a nemmeno un chilometro in linea d’aria dal balcone di casa mia, semplicemente alzando gli occhi.

Quante torri di Bonod ho incontrato da quando sono nato? Quante volte mi sono fracassato la vita, le giornate, gli affetti, perché non c’era via di uscita e invece ‘sta cazzo di torre era là, davanti agli occhi, mentre la cercavo con la determinazione di un cinghiale e l’attenzione di una cozza.
Bastava che mi affacciassi al balcone, invece di pensare che fosse irraggiungibile. Quanti fanculo, basta, chi cazzosenefrega ho speso inutilmente. Millimetri di denti sfregati e buttati nel cesso solo per la pigrizia di alzare lo sguardo e andare un pò più in là del primo piano.

Fra le tante cose, Shahao mi ha aiutato a alzare lo sguardo, buttare gli occhi più in là, oppure avere la pazienza di aspettare che la nebbia se ne vada, per vedere più chiaro, senza tirare dentro il destino cinico e baro, i santi e le madonne.
In sessant’anni, a botte di dieci metri per una, avrei fatto rosicare tutti i palazzinari di Dubai, avessi messo una sopra l’altra tutte le torri di Bonod che non ho visto.
Alcune mi hanno lasciato solo i postumi di un’incazzatura, altre hanno diretto i miei giorni da una parte, o dall’altra. Qualcuna la ringrazio ancora oggi, altre mi presentano il conto tutti i giorni.

Poco lontano da casa, a Torino, fino al 45, c’era uno dei più grandi cimitero della città. Essendo vicino a fabbriche di mezzi militari, fu bombardato in maniera così violenta, che non fu possibile esumare i corpi, che qua e là giacciono ora sotto piscine e campi di calcio. Da quanto ho letto, resta un pezzo del muro di cinta del vecchio cimitero, che ho cercato, senza mai trovarlo in quasi venticinque anni.

Chissà quante volte Shahao ci ha pisciato contro, dopo la parola d’ordine “scappapapá”.

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