
Il 30 dicembre per me non è, non potrà mai essere, un giorno come tutti gli altri.
Il 30 dicembre è il giorno in cui è morto mio padre.
L’ho salutato distrattamente due giorni prima, mentre lo riportavano in ospedale. Lui in barella, stanco, avvolto in una coperta rossa, mentre stava uscendo per l’ultima volta di casa portato da due uomini enormi, almeno per me, vestiti di bianco. Io, bambino di poco più di sette anni, immerso nei giochi, che lo salutava distrattamente, senza sapere che non l’avrebbe mai più rivisto. Papà aveva sessantaquattro anni.
È morto consumato dalla vita. Un’esistenza pesante, fatta di lavoro, fame, ricerca di sicurezza e compromessi. Fatta di turni in fabbrica, portato nei peggiori e malsani reparti della Fiat, dalla sua tessera del PCI e dalla sua militanza sindacale.
Un’esistenza che gli ha presto mandato fuori tempo il cuore e accorciato sempre di più il respiro, accompagnata certo da due pacchetti di nazionali senza filtro al giorno, sin da quando aveva nove anni.
Non ricordo il suo sguardo, non so quale fosse il suono della sua voce, o la consistenza delle sue mani.
Mi resta un vecchio nastro Geloso con la sua voce che non avevo riconosciuto, qualche fotografia, un sorriso sgranato in una foto in bianco e nero, scattata qualche mese prima della sua morte, e le parole degli altri, i racconti di chi lo ha conosciuto davvero.
Un padre di seconda mano, mediato, frammentato, raccontato sempre al passato.
Ci sono voluti decenni per smettere di vederlo come un fantasma e iniziare a sentirlo come parte di me.
Quell’uomo stanco, autorevole e affettuoso di sessant’anni, sempre malato, sempre alle prese con pastiglie, iniezioni, ospedali, è tornato lentamente a vivere nei miei gesti, nei miei occhi, nei miei pensieri.
E ripercorrendo il suo modo di vivere, sorridere, aprire gli occhi dopo ogni sgambetto della vita, ho capito molto di come io sono diventato.
Mi chiedo spesso che sarebbe successo se tu fossi rimasto quell’uomo sorridente, con il corpo senza i segni di medicine e malattie che vedo in tante tue vecchie foto e nei miei pochi ricordi, papà.
Ti vedo con i folti capelli bianchi, il volto magro, sbarbato da lametta e sapone, gli occhi stanchi ma ancora vivi.
Forse ti saresti arreso anche tu a certe cose della vita. O forse no.
Saresti comunque morto da tempo e non avresti conosciuto il tuo nipote cinese, ma avrei potuto appoggiarmi sulla tua spalla e invecchiare con il tuo viso e la tua voce ben impresse negli occhi.
Io invece sto invecchiando. Sono diventato padre, e mi sto avvicinando ad essere più vecchio di te.
Un paradosso che fa male, ma che finalmente non spaventa più.
Ciao papà.
Ovunque tu sia, so che mi mi sei stato vicino ogni momento ogni volta che ho dovuto decidere, ogni volta che ho abbassato gli occhi, ogni volta che ho pianto. Ogni volta che ho guardato la ringhiera e ho deciso di non saltare.