Locatelli non fa le cose per bene

Il primo febbraio festeggerò 39 anni di informatica. Tolti i primi dieci anni in cui, a un fiero e curioso italiano tecnico si era affiancato un poco comprensibile, almeno per me, piemontese con inflessioni canavesane, il mio mondo lavorativo è stato farcito di termini inglesi, come un panettone di crema nei giorni prima di Natale.

Ancora peggio dei termini inglesi, sono le parole in italiano derivate da quei termini per pigrizia, snobismo, carenze di vocabolario. E allora vai con “deletare”, “Hai downlodato il file?”, “Ma l’hai briffato?”. Ogni parola una pugnalata.

Negli ultimi anni, un altro anglicismo mi è piovuto addosso: “caregiver”. Ricordo bene quando me lo sono ritrovato sulla testa. Era un tardo pomeriggio di fine febbraio del 2020; mentre Codogno veniva dichiarata zona rossa, noi eravamo ad uno sputo, a Voghera, da un neuropsichiatra infantile, che aveva cercato di capire il funzionamento della mente di Shahao in mancanza di interesse di quello dell’ASL.

Quel pomeriggio fu chiaro che i problemi di Shahao non erano dovuti all’adozione, o ai suoi primi anni di vita, ma alla confusione delle sue sinapsi e che non si sarebbero mai risolti.
Caregiver è un modo elegante, tenero per considerare il nostro stato. Tu cosa fai? Il Project manager, ma da alcuni anni faccio anche il caregiver. Me cojoni! Ti hanno promosso? Ti hanno dato la macchina aziendale? No, perché con una posizione simile, chissà quanti benefit devi avere. Poi traduci in italiano, gratti via l’inglese-edulcorante e viene fuori il nostro stato. Spalatori di merda. In Italia, e non da adesso, se ti capita la disgrazia di avere un figlio, o un familiare disabile, è come se suonassero con dolcezza al citofono e svuotassero un camion di merda davanti alla porta di casa.

Poi tutti a dirti che sei straordinario, un eroe, encomiabile, io non c’è la farei. Quindi lo stato ti mette una pala in mano e ti dice di togliere la merda da solo. Se si rompe la pala, ti danno un mestolo. Quando anche il mestolo si rompe, ti dicono che sei così ricco d’amore con tutto quello che fai e quindi cazzi tuoi, toglila con le mani quella merda che ti riempie lo zerbino di casa e non rompere i coglioni, che qui dobbiamo produrre e consumare.

E noi siamo pure fortunati. Shahao ha molte autonomie, viviamo a Torino dove i servizi sociali funzionano, e abbiamo un datore di lavoro che ci permette con smart working e un po’ di elasticità, di gestire tutta la situazione, altrimenti uno di noi due sarebbe dovuto diventare caregiver a tempo pieno. E come diceva Dante a Virgilio nel terzo canto dell’inferno, sarebbero stati cazzi, visto che i problemi di Shahao sono totalmente sulle nostre spalle e sul nostro conto corrente.

Fare il caregiver significa dedicare tutto il tempo, proprio tutto, al tuo familiare. Sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno fino ad annichilirti. Ti guardi allo specchio e non sai più chi sei. Psicologo? Barbiere? Segretario? Tassista? Ti dimentichi cosa siano un libro, una rivista, la doccia, la barba, perché dietro ogni cosa, ogni situazione c’è un modulo da compilare, una richiesta da fare e portare a firmare alle persone più disparate, documenti da recuperare e sempre entro domani. E poi la compagnia della solitudine e dei sensi di colpa per essere convinto di non fare abbastanza.

Se poi il disabile è tuo figlio, quando non pensi al presente, devi pensare al futuro, a quando non ci sarai più, quando sarà solo, quando dovrà trovare qualcuno che non si limiti alla carezza all’handicappato per guadagnare il paradiso, ma lo veda come persona con pregi e difetti.

Il vestito del santo, del martire, della forza della natura mi è sempre andato stretto, anche con 10 chili in meno. Vorrei il rispetto per il lavoro di cura che svolgiamo e per Shahao e per il riconoscimento dei suoi diritti. Meno compassione, meno elemosina, meno che il signore vi benedica, meno preghiere, più inclusione, più ascolto, più vicinanza.

In Italia i caregiver sono 7 milioni. Quando esci per strada, o prendi il tram, più di una persona su dieci che incontri accudisce un disabile di cui la società non vuole sapere niente e che fa pure un po’ schifo allo stato. Siamo il welfare di questo stato moribondo. Siamo quelli che si prendono cura della polvere che la nostra società competitiva, aggressiva e machista, spinge con la scopa sotto i tappeti. Non combattiamo nessuna guerra. Non siamo guerrieri. Basta con questi muscoli inutili e fastidiosi da esibire in ogni occasione. Siamo persone che con le proprie debolezze e i propri limiti cercano di rendere meno difficili le giornate dei nostri cari. Spesso in silenzio e senza chiedere niente a nessuno. Siamo quelli a cui la gente chiede di passare un po’ di Vetril sulla propria coscienza.

Dei 7 milioni di cargiver, due milioni sono senza lavoro e il 90% del totale, guarda un po’, sono donne.
La ministra Locatelli e tutti gli altri camerati del governo, stanno sbandierando un decreto legge dedicato ai caregiver e ai loro problemi, con cui hanno stabilito che 400 Euro al mese sono un giusto corrispettivo per le loro giornate di assistenza al posto di uno stato totalmente inesistente.
Fanno circa 13 euro al giorno, ma ricevi l’elemosina, SE E SOLO SE assisti almeno 91 ore alla settimana, 13 ore al giorno, hai un Isee inferiore a 15.000 euro e un reddito inferiore a 3.000 euro all’anno.
Praticamente, oltre a annichilirti con la cura, hai pure una vita demmerda.

Il risultato è che potranno accedere a questi fondi al massimo 57.000 cittadini su 7 milioni. Al massimo, perché sà il cazzo quanti soldi ci buttano sopra. Meno dei rimborsi spese della Santanché, comunque.

L’assistenza è un problema che oggi riguarda molti, ma domani può riguardare tutti. È nascosto in un esame clinico, magari uno di quelli che devi aspettare un anno perché non c’è posto, oppure dietro una volta in cui guidi stanco e distratto, o nei genitori che invecchiano e perdono progressivamente autonomia. Nessuno è esente.

Quando incontri qualcuno, prima di giudicare, ricordati che non sai proprio un cazzo di come è la sua vita. Magari è immerso in preoccupazioni, ansie, dolori, documenti, date, scadenze, spid, prescrizioni, farmaci, pannoloni. In questo caso lascia la retorica alla tv della domenica pomeriggio e fermati a ascoltare.

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