
Mercoledì sera, fra un abbiocco e l’altro ho provato a guardare il festival di Sanremo. Meglio delle benzodiazepine, meglio del Lyrica, non sono riuscito a resistere sveglio se non a tratti.
Ho visto due atlete, medaglia d’oro alle Olimpiadi, sul palco con la loro bella tuta della nazionale e la medaglia. Perché non in abito elegante come gli altri? Boh. Quindi sono entrati alcuni atleti paraolimpici assieme a Malagò, che non ha perso occasione di chiamarli “Eroi”.
Nonostante il fastidio, la stanchezza ha avuto la meglio e di fronte a quel concentrato di noia, perbenismo e luoghi comuni, il mio organismo ha invocato la tanatosi che mi ha condotto nuovamente in uno stato di incoscienza.
Mi sono nuovamente svegliato mentre veniva annunciato sul palco il coro dell’ANFFAS, associazione storica, nata nel ’58 quando i disabili venivano segregati nei manicomi. Mi hanno colpito subito le magliette rosse. Tranne le atlete medaglia d’oro, fino ad ora, tutti avevano un aspetto curato, degli abiti eleganti. Il coro sembrava un gruppo di disabili in gita alla sagra della toma, a cui gli educatori avevano fatto indossare a tutti magliette di un rosso acceso, ben visibile. Quando ho letto la frase poi, non ci volevo credere. “Siamo come te”. Vi hanno vestito in maglietta rossa e scarpe da ginnastica, come i bambini di Pippo Franco e “Mi scappa la pipì, papà”, a cantare “Si può dare di più” e dici “Siamo come te” ?
A un certo punto anche la Pausini con il suo bel vestito di Armani è andata insieme a loro come una novella Lady Diana in mezzo ai reietti. Alla fine della canzone, Carlo Conti ha cominciato a chiamarli “ragazzi”, “ragazzi speciali”. C’erano là in mezzo persone adulte, di cinquant’anni. Ce ne erano parecchie. Il festival dell’abilismo, del pietismo e dell’inspiration porn.
Già aveva cominciato Malagò chiamando eroi, degli atleti a tutti gli effetti. Persone che rubano il tempo al proprio lavoro, al proprio tempo libero per eccellere in una disciplina sportiva. Esattamente come chiunque ambisca a gareggiare in un’Olimpiade.
La scena del coro l’ho trovata di pessimo gusto. Un modo per distorcere la realtà, fornendo una versione rassicurante a chi la disabilità l’ha conosciuta tramite Barbara D’Urso o gli opuscoli del telethon. Dietro ognuno di quei “ragazzi” c’è una famiglia che ha dovuto lottare in piena e completa solitudine perché quella persona trovasse uno scopo nella vita che non fosse stare a letto rintronato dal Lexothan. Dietro ognuno dei ragazzi, non c’è nulla di speciale, di eroico. C’è l’ostinazione dei genitori, ci sono porte sbattute in faccia, le terapie, spesso tutte a pagamento. Ci sono le umiliazioni, c’è il pietismo che è la più grande delle umiliazioni, ci sono gli sguardi di compassione, i “poverino”, i “non vedi che è come te”. Tuo figlio non capisce, ma a te arrivano come una pugnalata. C’è per loro l’incognita di un futuro senza di te, in questa società che fa cantare a un disabile “si può dare di più”.
A fine gennaio il governo ha stanziato un fondo per i care giver. 400 Euro al mese. 13 euro al giorno. Niente, un’elemosina, a cui puoi accedere se assisti una persona per 91 ore alla settimana, ovvero 13 ore al giorno. E con un ISEE inferiore a 15.000 euro e un reddito inferiore a 3000 euro all’anno. Su 7 milioni di cargiver, potrà riguardare 57.000 persone.
Comunque. Giovedì pomeriggio verso le 15.30 è arrivato il pulmino che riporta Shahao a casa, dalla scuola. Sono sceso in strada e dietro il Ducato c’era una range rover nera, con i vetri neri che suonava furiosamente. Si è abbassato il finestrino e un uomo, vestito di nero, carnagione scura, occhiali scuri ha cominciato a urlare. Gli ho fatto notare che era un pulmino per il trasporto disabili e lui ha ricominciato a urlare fino a concludere con: “non deve fermarsi in seconda fila, deve accostare al marciapiede come fanno tutti”.
Gli ho indicato la strada più veloce per andare proprio là, ma vorrei che questo mio augurio in qualche maniera giungesse a lui.
Caro uomo nero, sicuramente battezzato, sicuramente cristiano che non avrai apprezzato molto il velo sulla testa dell’educatrice che ha fatto scendere Shahao dal pulmino, per te e per la tua famiglia ci sarà un inferno, ma non sarà quello del best seller “la bibbia”. Vi troverete dentro una Panda 30. Il 25 giugno alle due del pomeriggio dentro un caldo infernale, incolonnati dietro un furgone. Tu comincerai a suonare il clacson come un idiota, proprio come giovedì. Dal vecchio Ducato scrostato scenderà Chevin Scapuozzo, detto Briciola. Un metro e novanta per 130 chili. Chiamato anche “Mazzalunga”, o “Sventrachiappe”, chissà perché. Ti guarderà. Tu gli ricorderai senza qualsiasi dubbio, quel bambino che alle elementari lo chiamava “Cicciobomba” e gli fregava sempre le figurine. E non ti dico come andrà a finire, genio.