Mercoledì 23 Luglio – Sulla strada verso casa – Sweet home, Chicago

“Ci sono 106 miglia da qui a Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio e portiamo tutti e due gli occhiali scuri. Vai!”
E’ appena finita la serata al Grand Palace Hotel, ed i Blues Brothers sono scappati dal palco, passando da una botola dietro la batteria di Willie Hall, mentre la band continua a suonare “Sweet home Chicacgo”. Dopo che Jake Blues dice a suo fratello Elwood queste parole, inizia uno dei più pazzi e catastrofici inseguimenti della storia del cinema, con la Bluesmobile inseguita da centinaia di macchine della Polizia, dai nazisti dell’Illinois e dai Good Ole Boys, il gruppo country preso in giro da Jake ed Elwood al Bob’s Country Bunker.
La versione che la Blues Brohters Band suona è quella che Magic Sam, uno dei più grandi bluesman di Chicago, incise nell’ album “West Side Soul”, nel 1967. Nell’introdurre il brano, Jake glielo dedica: “to the late, great Magic Sam”. La canzone è ben più vecchia. E’ un popolare standard blues nella forma classica di dodici battute, registrato per la prima volta da Robert Johnson nel 1937. Il brano è in realtà una variazione di “Kokomo Blues” da James Arnold che, proprio in onore del grande successo ottenuto dalla canzone nel 1934, cambiò il suo nome in Kokomo Arnold.
Johnson la registra per la prima volta due anni dopo, alla fine del ’36 ed ebbe successo di vendite, dopo la sua morte, avvenuta nel ’38.
Robert Johnson è un personaggio misterioso. Suonatore itinerante che amava cantare agli angoli delle strade, incantando le donne che si fermavano a sentire il suo benjo, di lui non sono arrivate tantissime notizie. Vive la leggenda che morì avvelenato da un marito geloso. Addirittura  è incerto il luogo della sua sepoltura.
Rimane uno dei grandi miti del blues più autentico e la canzone legata al suo nome, un vero e proprio inno a Chicago, che probabilmente non aveva mai visto e non sapeva dove fosse, al viaggio ed alla vita.
Ci svegliamo per la seconda volta a Nashville investiti dal sole e dal caldo. Come ieri mattina, attorno ferve l’attività ed anche noi dobbiamo presto abbandonare le lentezze del risveglio per entrare subito nel “mood” della giornata che trascorreremo in gran parte sulle strade.
Facciamo colazione, quindi raduniamo in fretta le nostre cose, ed i viveri che ci ha lasciato John: dolci, pane, succhi di frutta ed acqua. Se saremo in ritardo, questo sarà il nostro pranzo.
Perdiamo un po’ di tempo a scrivere due parole sul diario della stanza ed a fare qualche foto. Siamo stati bene a Nashville. Un giorno in più l’avremmo speso volentieri, fra museo di arte moderna, locali e rock. E poi ci sarebbe piaciuto anche trascorrere una serata sotto il portico, nella tranquillità e nella calma che lo circonda.
Carichiamo la macchina, prepariamo i telefoni, le cartine, il cibo e siamo pronti per partire.
Il serbatoio è a 3/4, abbiamo gli occhiali scuri e dovremo fare però 470 miglia di highway più o meno, prima di ritornare di nuovo a Chicago, da dove eravamo partiti più di 15 giorni fa.
Il nostro viaggio ormai volge al termine. Oggi è il primo giorno di rientro. Non contiamo di arrivare così presto a Chicago da poterci permettere di fare i turisti. La stanchezza i bagagli da mettere a posto per l’aereo e la cena ci occuperanno tutta la sera. Dopo tanti anni, siamo ritornati a girare. A stare sulla strada. Per carità, con gli agi e le comodità che la nostra carta di identità ci urla ogni volta che l’apriamo, ma siamo riusciti nuovamente a mischiarci con gli altri. Lo abbiamo fatto in un pezzo di Stati Uniti particolare, che non ci aspettavamo. I giorni sono passati. Per la prima volta, non ci fossero otto zampe ad aspettarci a casa, non avremmo nemmeno nostalgia.
Imbocchiamo la highway in pochi minuti. Le code apocalittiche viste in ingresso per fortuna non ci sono e ci prepariamo quindi a vivere una giornata di noioso trasferimento autostradale. Le grandi distanze e la scelta di alloggiare in bed & breakfast non ci lasciano alternative. Gli alberghi ed i motel, puliti e confortevoli, pur con tutti gli sforzi offrono un’accoglienza impersonale. A Kansas City l’atmosfera di festa aveva portato a qualche contatto umano in più, presto frustrato dalla confusione. A Chicago invece, pur avendo a disposizione una bella stanza, pulita e confortevole, non abbiamo mai avuto l’impressione di essere delle persone, ma siamo sempre stati dei turisti. Mentre negli alberghi il checkin è continuativo nell’arco della giornata, nei B&B è su appuntamento e mai fino ad ora tarda. Questa è la ragione per cui dobbiamo macinare strada senza indugi.
La giornata è luminosa. Il traffico molto intenso. Nashville è un centro vitale della regione. SIa per arrivare, che ora per partire, abbiamo trovato una quantità di traffico sconosciuta negli altri trasferimenti. Per fortuna la macchina risponde bene. La nostra Chevrolet Captiva, mid-suv per gli americani, macchina enorme per noi europei, si è rivelata un’amica fedele. Bagagliaio enorme, completamente automatica, ci ha fatto macinare quasi quattromila chilometri in tranquillità. E’ vero, spesso ha sete, ma il prezzo irrisorio della benzina trasforma il consumo di carburante in un “non problema”.
Dal Tennessee, passeremo poi in Kentucky attraversandolo tutto, quindi attraverseremo tutto lo stato dell’Indiana, passando per Indianapolis, per arrivare poi nell’Illinois, a Chicago.
La strada è come al solito monotona e la scommessa è quella di far passare il tempo, senza poter giocare troppo con i telefoni e senza addormentarsi per non lasciare l’altro da solo. Il traffico intenso, per lo meno nelle prime ore in uscita da Nashville, contribuisce a tenerci vigili. Durante gli altri trasferimenti avevamo impiegato il tempo nel guardare le guide, leggere i pochi appunti che avevamo preso a casa, per essere già pronti non appena fossimo arrivati. Ora la sensazione è strana. Siamo un po’ in pensiero perchè il B&B di Chicago prenotato da casa, non risponde alle nostre mail; la monotonia del paesaggio e di quanto ci circonda, ci portà però al nostro viaggio che è ormai quasi terminato e con esso, la vacanza che ci siamo presi da una vita quotidiana che schiaccia ed opprime con il suo carico di angosce, inutili interrogativi, pesanti consuetudini. In questi giorni abbiamo scoperto di avere ancora da qualche parte un’ostinata, caparbia e testarda fiammella di vita, che si ostina a rimanere accesa nonostante tutto. Nonostante dalle nostre finestre faccia sempre più schifo quel che si vede. Nonostante si fatichi sempre di più a riconoscersi in qualcosa. Nonostante noi si butti fuori da un’aspetto della nostra vita questa merda di civiltà competitiva e lei rientri da un’altra parte.
Sentirsi vivi, dopo che per tanto tempo hai respirato aria stantia, vecchia, di morte, è una sensazione bellissima. E spaventosa allo stesso tempo. Perchè non vorresti che quella sensazione non ti abbandonasse mai, perchè ti accorgi di aver bruciato il bene più prezioso che tu abbia, ovvero il tuo tempo. E perchè ti rendi conto che tenere per tenere viva la fiammella servi solo tu e senza nessun castello di scuse.
Le ruote macinano chilometri. Ci fermiamo un momento dopo Indianapolis, per la consueta insalata di SubWay, il modo più veloce e meno dannoso di mangiare. Ci rimettiamo subito in marcia. Dall’autostrada non si ha la sensazione di essere passati per quattro stati. Il nastro d’asfalto annegato fra gli alberi è sempre uguale a se stesso. Monotono.
Arriviamo vicino a Chicago che sono quasi le 17. Bene. Passeremo più di un’ora, guidati da nostra signora del gps, a districarci nelle highway di Chicago, convinti sempre che da un momento all’altro si debba arrivare. Il navigatore ci smentisce sempre. La tensione è alta. Ricevi l’indicazione di tenerti sulle ultime due corsie a sinistra e, dopo che ti ci sei portato, per miracolo se ne aggiungono altre 4 ancora più a sinistra. Percorriamo un intreccio di asfalto inaffrontabile senza navigatore, od una adeguata preparazione ad un corso di sopravvivenza. Una volta usciti da autostrade e tangenziali, dobbiamo girare ancora per mezz’ora, prima di arrivare al Two Hurns, il nostro B&B.
Arriviamo nei tempi previsti e troviamo chi ci accoglie. Fa molto più freddo che a Nashville. Ci saranno almeno 10 gradi in meno. In molti vanno in giro con i golfini e noi faremo altrettanto.Veniamo sistemati in una dependance dall’altro lato della strada rispetto all’edificio principale. Molto curato, il B&B è anche in una zona di Chicago residenziale molto bella, nulla a che vedere con l’austera, ma desolante downtown dove avevamo passato i primi giorni.
La stanza è quella della Barbie, un po’ rimpicciolita. Pulitissima e curatissima in ogni particolare, non riusciamo ad aprire le due valige insieme per mancanza di spazio. Ai lati del letto si passa camminando di lato. Due piedi paralleli non ci stanno.La finestra da in un cortile interno. Per questa ultima notte americana, avevamo disperatamente cercato un B&B che ci accogliesse. Quasi tutti, pretendevano almeno due notti, se non tre. Probabilmente, questa curatissima e vezzosa cabina del telefono è destinata proprio a chi si ferma in transito.
Ci fermiamo un momento e poi andiamo sotto la doccia. Uno per uno perchè anche il bagno è in scala con tutto il resto. Quindi, nell’elenco dei locali messo a disposizione, troviamo un ristorante indiano per la nostra ultima cena. Fuori fa freddo. La differenza di temperatura, con la cena di ieri nel dehor a Nashville si sente tutta. Andando verso il locale, ci guardiamo attorno. La zone è viva, piena di locali, negozi, giovani. Non abbiamo la sensazione di “recinto per turisti” che ci aveva preso al nostro arrivo. Se riusciremo ad alimentare la nostra fiammella e tornare a Chicago, cercheremo qui la sistemazione.
Il ristorante indiano è caro. E’ l’unico ricordo. Fanno pasticci con le ordinazioni, ci dimenticano, i piatti non sono particolarmente memorabili. Ma chi se ne frega. Alziamo le spalle di fronte al freddo della sera ed alla nostra ultima notte negli Stati Uniti.

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