Giovedì 24 Luglio – Ritorno a casa – The long and winding road

The long and winding road. Paul McCartney la scrisse nella tarda primavera del 1968. I Beatles stavano cominciando a lavorare a “The white album”, probabilmente il loro ultimo disco scritto e realizzato come “band” e Ringo, stanco di essere schiacciato dalla personalità degli altri tre, disse di non volerne più sapere dei Beatles. Mollò le registrazioni e se andò in Sardegna.
John, stimolato dalla presenza di Yoko, aveva cominciato a sprigionare la sua incredibile energia creativa; George non era più il ragazzino timido con la chitarra di qualche anno prima, ma dall’incontro con Ravi Shankar era diventato una delle menti più lucide e geniali del rock nel secolo che stava finendo; Paul continuava ad essere una vera e propria macchina da guerra nello scrivere melodie e canzoni che profumavano di immortalità fin dal primo accordo.
Ringo era tagliato fuori da tutta questa esplosione creativa; quanto era entrato nei Beatles per sostituire Pete Best, il primo batterista,  era l’unico vero professionista del gruppo. Gli altri tre non avevano inciso ancora nulla, mentre lui era già un musicista di successo.
Da quell’inverno del ’63, passato a suonare fra il Cavern e le altre bettole di Liverpool, erano passati poco più di cinque anni, ma sembrava un’eternità. Adesso gli altri tre erano letteralmente al centro del mondo, mentre lui se ne era pian piano allontanato.

Paul, da buon manager , sostituì Ringo nelle prime sessioni di registrazione del disco, sua è la batteria in “Back to the USSR”, e poi riavvicinò l’amico e lo riportò all’interno della band, ma aveva ben chiaro che il mondo non fosse più quello di qualche anno prima . La maturità, gli anni passati e tutto quanto era avvenuto in quel tempo, avevano cambiato tutti e quattro. La vita, intesa come rapporti umani, affetti, sintonie e complicità, non era più quella spensierata dei vent’anni; da quel momento in avanti sarebbe stata una strada lunga e tortuosa. Mise tutte le malinconie e le riflessioni in una canzone, identificando nell’amore verso una donna, il rapporto di profonda amicizia fra i quattro Beatles. Rapporto che sarebbe durato comunque nel tempo, attraversando tempeste, trasformazioni, pensieri.
La canzone fu poi inclusa, come ultimo brano, nell’ ultimo album dei Beatles, “Let it be”, che venne pubblicato il 6 Marzo del 1970. Contenstualmente venne data la notizia dello scioglimento del gruppo. “The long and winding road”, che uscì qualche giorno dopo sul mercato americano, fu l’ultimo singolo della storia dei Beatles.

Ci svegliamo nella nostra microstanza. Nelle ultime settimane, fuori dal piumone ci aspettava il freddo dei condizionatori. Questa mattina invece il freddo è naturale. La temperatura è abbondantemente sotto i 20 gradi e per noi, abituati ai quasi 40 di New Orleans e Nashville è un trauma. Con movimenti coordinati, per non darci fastidio l’uno con l’altra ci laviamo la faccia come i gatti, ci vestiamo ed attraversiamo la strada per andare a fare colazione nell’edificio principale del B&B. La tavola è affollata di giovani fra i venti ed i trent’anni. Tutti americani in viaggio. Uno di loro parla pure italiano, avendo studiato un anno a Perugia. Tutti sono molto cordiali e contenti di sedersi a mangiare con due italiani. La sala da pranzo è bella, curata. Su di un lato c’è un pianoforte verticale. Non vi sono oggetti appoggiati sopra. Gli spartiti messi qua e là per la stanza stanno a testimoniare che non è un oggetto di arredo, ma  di piacere. La colazione è curata e buona come al solito. Chiediamo se sia possibile avere una connessione ed una stampante per fare il checkin on line. La stampante è nella dependance in cui siamo noi. Quando ritorniamo indietro, la vediamo, in un angolo della sala da pranzo. Buttiamo un occhio anche dentro le altre camere, che sono curate e rifinite come la nostra, ma molto più spaziose. The Two Hurns, in Park Street è un posto bello e curato. Il nostro edificio ha a disposizione anche un piccolo cortile arredato con tavoli e sedie in cui rilassarsi, una cucina completa a disposizione per chi ha voglia di cucinare e lavatrice ed asciugatrice per il bucato. Sono proprio le dimensioni della nostra microstanza, probabilmente adibita ai viaggiatori di passaggio, la parte debole di tutta la struttura.
Dal sito della Lufthansa vediamo che non è disponibile la stampa della carta di imbarco del volo da Monaco a Torino, per cui rinunciamo a stampare anche l’altra per non trovarci in difficoltà a Monaco. Partiremo con largo anticipo, per poi affidarci ai tempi, generalmente eterni, del checkin in aeroporto. Chiudiamo l’ultima volta le valige, facendo attenzione al contenuto del bagaglio a mano. Le riapriremo domani nella periferia torinese. Togliamo tutto dalla nostra fedele Chevrolet, che dovremo abbandonare fra poco. Lasciamo le chiavi della stanza e guidati da Google, ci reimmettiamo nelle highway. La guida è precisa ed in breve arriviamo a quell’autentica città che è l’aeroporto O’Hare. Gli autonoleggi sono una città nella città. Enormi e regolamentati in maniera ferrea. Noi dobbiamo andare all’entrata Alamo. Ci viene in mente, solo all’ingresso dell’autonoleggio, che la macchina dovrà essere restituita con il pieno di benzina. All’interno di ogni autonoleggio c’è un distributore con tariffe maggiorate rispetto a quelle di mercato per venire incontro agli sbadati. Noi non ci stiamo. Andiamo oltre e ci incastriamo fra l’ingresso dell’Avis e quello della Hertz. Mentre siamo impegnati in una retromarcia da codice penale, gli addetti della Hertz ci fanno segno di passare, alzando le sbarre di ingresso ed uscita. Con il navigatore cerchiamo il distributore più vicino e quindi torniamo a rendere l’auto. E’ come lasciare un’amica. L’addetto accende il quadro della macchina e lo fotografa,  passa il lettore su di un codice a barre posto su di un vetro della Captiva, quindi ci rilascia lo scontrino e ci mette le valige sul pullman dell’Alamo diretto ai terminal. In meno di cinque minuti la Chevrolet scompare dalla nostra vista ed il bus comincia a viaggiare per gli svincoli dell’Aeroporto. Arrivati al nostro terminal, il checkin, fatto da noi ad un terminale,  è semplice e velocissimo. Le operazioni eterne di una volta, durano una manciata di minuti. Affidiamo le valige all’American Airlines ed andiamo all’immigrazione ed al controllo sicurezza. Miracolo della telematica. Pochi minuti con il passaporto elettronico per l’immigrazione e controlli molto meno pedanti di quelli subiti durante il viaggio di andata in Germania. Non è nemmeno l’ora di pranzo e siamo già in zona “securizzata”. Ci concediamo un ultimo pranzo all’americana: due enormi veggie burger che nuotano in un mare di patate fritte ed un enorme bicchiere di pepsi. Abbiamo anche il tempo di vedere la nostra vicina di tavolo che deve far vedere il passaporto per avere un bicchiere di vino, in barba ad un aspetto non proprio da teen ager e poi andiamo a sederci in attesa di partire nel tardo pomeriggio.
Seduti al fresco, ma non al freddo, su comode poltrone, con gli occhi che ogni tanto si chiudono, ripensiamo a questi giorni. Inaspettati solo qualche mese prima, ma intensi e travolgenti come pochi. Nell’attesa di imbarcarci per tornare a casa. Sono state tre settimane che non dimenticheremo. Dopo il lungo inverno, hanno tolto la ruggine, l’acredine, la paura, le ansie, le disperazioni piccole e grandi che ci avevano accompagnato.
Si può dire qualunque cosa sugli Stati Uniti. Noi abbiamo cercato di guardarli con i nostri occhi, senza filtri altrui, partendo da quello che siamo e che sentiamo. Detestiamo ogni guerra, la violenza, le armi, la sopraffazione, il liberismo. Non ci piacciono i confini e le anime pure. Siamo bastardi. Incroci di luoghi, dialetti, lingue e colori. E siamo felici di esserlo. Non ci fanno schifo i soldi, ma chi dei soldi fa una ragione di vita. Non ci piace la carità. Ci piace tanto di più la solidarietà.
In questo paese, abbiamo visto  gente di tutti i colori vivere insieme, interagire, parlare, sposarsi, avere figli, viaggiare. Abbiamo visto ricchi, poveri, persone con una vita normale e disperati. Ci hanno chiesto soldi per strada in cambio di informazioni e ci hanno fermato per parlare con noi, solo perchè italiani. Anche qui, più vai a sud, più il sole brucia, più brucia l’anima della gente. Aperta, accogliente, pronta a farti sentire uno di loro.
Abbiamo fatto 3800 chilometri in macchina. Quasi tutti in autostrada. Ne abbiamo fatti tanti a piedi in tutte le città. Abbiamo ascoltato dei vecchietti con chitarra e benjo a St. Louis che, in un ristorante messicano, in nostro onore hanno intonato la più brutta versione di “O’ sole mio” che si sia mai sentita . Abbiamo sentito il rock far vibrare i nostri timpani a Kansas City ed abbiamo visto la gente ballare. Li abbiamo invidiati. Perchè noi non sappiamo ballare e perchè noi non abbiamo più la gioia di ballare. Il blues, la voce dei neri e le chitarre dei bluesmen ci hanno accompagnato nelle giornate a Memphis. Il jazz raffinato, fine, sensuale e potente ci ha fatto la ninnananna a New Orleans. Il country rock ci ha tenuto compagnia per tutta una giornata a Nashville. Per strada, nei locali, sul bus, dappertutto.
Torniamo a casa. La nostra “Long and winding road” non è quella che abbiamo affrontato con la Chevrolet. E’ quella che ci aspetta tutti i giorni. Ben più lunga e tortuosa delle tante highway affrontate e dei tanti svincoli imboccati. Vogliamo cercare di non perdere la bussola, di non buttare tempo ed energia, di non perdere il contatto con le trasformazioni di ciò che ci circonda. Vogliamo incominciare di nuovo a ballare sul mondo, come dice il poeta, per essere pronti per tutto quanto avverrà nei prossimi tempi.
Il resto.Il viaggio in aereo. Monaco.L’attesa sfinente dei bagagli in quell’equivoco che è l’aeroporto di Torino Caselle, fanno parte già di un altro capitolo.

Nel lettore cd, la raccolta di T-Bone Walker, che da uno scaffale vicino a Frenchmen Street di New Orleans, si è venuta a trovare in una casa della periferia di Torino. La grigia e fredda estate torinese, fuori dalla finestra. Lea dorme indolente su di una sedia. Trippi viene a cercare la sua dose di affetto giornaliera. Noi sulle sdraio sul balcone. Nell’aria “I got the Blues”. Sette note, tre accordi. Gli occhi chiusi. Sparisce il buio. Si accendono le luci della musica. Splendida amica che culla i nostri sogni. Chissà dove saremo, quando li riapriremo.

 

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