E’ il 1979. Gli anni ’70, segnati dal progressive, dall’hard rock ed in ultimo dal punk, stanno per finire. Neil Young ha solo 34 anni, ma è morto e risorto già tante volte. L’esordio nel ’65 con i Buffalo Springfield e subito il successo. Poi un disco da solista, giudicato ancora acerbo e mal accettato da critica e pubblico, quindi l’incontro con i californiani Rockets: Ralph Molina, Billy Talbot e Danny Whitten. La sintonia è perfetta. Cambiano il nome in Crazy Horse, registrano insieme “Everybody Knows This Is Nowhere” e comincia la leggenda. Young, personaggio inquieto, lascia subito dopo il gruppo, per riunirsi ai vecchi amici Crosby, Still e Nash con cui c’erano stati già dei dissapori. Insieme incidono “Déjà Vu”, uno dei trenta dischi del secolo passato, da salvare dalla fine del mondo per far ricominciare la civiltà. Insieme i quattro, due californiani, un inglese e Young canadese, vanno diretti come un treno contro il sistema, diventando la bandiera dell’America delle rivolte degli studenti e dei giovani contrari alla guerra del Vietnam.
Young è inquieto però e prosegue la sua carriera solista temprando per bene la sua anima rock, in mezzo ad eccessi di ogni genere. Mette insieme una nuova band, gli Stray Gators e nel giro di qualche settimana, a Nashville, con loro incide “Harvest”, per molti l’album perfetto. Testi romantici e taglienti. Un’atmosfera più vicina al folk che al rock. Le voci di Crosby, Still, Nash e James Taylor a fare da cornice. Raggiunta la perfezione, Crosby precipita in una profonda crisi esistenziale, segnata dalla solitudine e dall’abuso di alcool ed eroina. La crisi diventa ancor più profonda quando Danny Whitten, il chitarrista dei Crazy Horse e Bruce Berry, suo road manager, muoiono per abuso di stupefacenti. Di quell’eroina, che lui aveva fatto conoscere al proprio gruppo. I sensi di colpa lo trascineranno in un periodo di molti anni di grande depressione.I suoi lavori per molti anni risentiranno della sua cupezza e della bestia che si è impossessata della sua anima. Young torna alla luce nel 1974, radunando nuovamente i Crazy Horse ed incidendo Zuma, altro disco leggenda che lo aiuta a riprendere la strada persa qualche anno prima. Nel ’79 decide di pubblicare “Rust Never Sleeps”, la testimonianza di un lunghissimo tour, bellissimo, intenso e straziante, fatto con i Crazy Horse. Come tutti i concerti di Young, si compone di una prima parte acustica e di una seconda parte elettrica. Neil Young, nell’epoca del punk, della discomusic e del funky, ritorna assoluto protagonista nelle classifiche e nei concerti, risquotendo anche un grande successo di critica. L’album si apre con “My my ehi ehi, (out of the blue)”. La sua voce che canta “Rock and roll can never die” e poi”The King is gone but is not forgotten..”, dedicata ad Elvis, è l’immagine del rock. Stanco, acciaccato, provato anche da tanto vivere, ma sempre inesorabilmente vivo. Tanti anni dopo, accanto a Kurt Cobain dei Nirvana, che aveva deciso di porre fine alla sua disperazione con un colpo di fucile, trovarono proprio un verso di questa canzone: “it’s better to burn out then to fade away”, è meglio bruciare subito che svanire lentamente. Neil viene chiaramente colpito da quelle parole scritte da Cobain prima di premere il grilletto. Ma questa volta i suoi pensieri e la sua anima saranno diretti in “Sleep with angels” l’album che inciderà poco dopo la morte di Kurt. “Rust Never Sleeps” termina con la versione elettrica della canzone, “Ehi ehi my my (out of the black)”, con Neil che prendendo a botte la sua Fender fa a pezzi il suo mito, la sua musica ed il rock. Che non potrà mai morire.
Dalle tende entra a raggi la luce del sole. Quasi se pigliasse a schiaffi tutti gli ostacoli che incontra nel suo cammino. Dall’interno della stanza non abbiamo molta percezione di come si sta fuori. Le tende attenuano la luce ed il dio refrigeratore, sempre con noi, ci mantiene ad una temperatura costante molto bassa. Abbiamo chiuso un po’ di bocchettoni, ma fa ancora freddo. Apriamo la porta di ingresso e da sotto il porticato veniamo colpiti da un vero e proprio diretto al mento tiratoci dal caldo. Sono le sette e mezza, ma a Nashville fa un caldo allucinante. Il cielo è terso. I colori sono vivissimi e chiari. Intorno l’attività è già a mille. Le seghe ed i martelli stanno febbrilmente assemblando assi di legno per costruire una casa. I tagliaerba stanno tosando e pettinando i prati delle case. Noi facciamo colazione sotto il portico e poi cerchiamo di prepararci velocemente per perdere meno tempo possibile. Ci fermeremo solo oggi a Nashville e vogliamo viverlo più intensamente possibile.
Cerchiamo di ricordare quanto ci aveva detto John ieri sera e di utilizzare la piantina della città che ci ha lasciato. Quando usciamo, oltre ad un caldo micidiale, troviamo proprio lui, John che con una maglietta dei Rolling Stones addosso, bermuda e pompa dell’acqua in mano, sta innaffiando il giardino. Ci facciamo ripetere un po’ di cose. John è simpatico, è molto paziente e ci sa fare con turisti. Ci spiega dove andare ad aspettare il bus verso downtown e dove scendere per ottimizzare tempi e l’utilizzo del portafogli.
Andiamo verso la decima strada, dove aspettiamo per una decina di minuti il pullman 17. Paghiamo il nostro biglietto di un dollaro e settanta a testa, chiediamo all’autista dove scendere e ci mettiamo a sedere su comodi sedili imbottiti nel fresco dell’aria condizionata. Con il navigatore cerchiamo di seguire la strada del bus, ma l’autista ci avverte prima che Google ci dica qualcosa. Arriviamo ai bordi di downtown, dove la città di Nashville ha previsto tre diversi tipi di navette gratuite, ognuna con un giro diverso con al centro la musica. Nashville è l’essenza stessa della musica. Lo capiamo subito dai grossi bus delle linee green, blue e purple che ti portano in ogni edificio e punto della città con un interesse musicale.Belli, confortevoli, con autisti pazienti e pronti a dare informazioni. E non per una festa religiosa, o per un trovare un vecchio monumento, ma per indicare i luoghi del rock and roll. Tanti grandi artisti del nostro tempo hanno inciso i propri dischi in questa città. E si capisce come loro abbiano tratto ispirazione da Nashville e Nashville abbia assorbito la forza creativa di tanti artisti. E’ la città degli Stati Uniti con il più alto rapporto fra il numero dei luoghi di culto e gli abitanti. Eppure la sensazione di essere in un luogo in cui la religione sovrasta qualsiasi altro pensiero non è presente nemmeno per sbaglio.
Il sole è impietoso e più si avvicina il mezzogiorno e più martella sulle nostre teste. Scegliamo di non entrare in nessun museo. Il tempo è troppo poco per concentrarsi in un solo museo e gli stimoli attorno sono troppi per restare ore chiusi fra quattro muri.
Camminando, vediamo l’immenso Music City Center, dove in ogni momento ed in ogni giorno ci sono esibizioni musicali di diverso genere, assieme a biblioteche, audioteche, musei e locali. Di fronte c’è la Country Music Hall of Fame con due rarissime turiste francesi che, non accorgendosi di aver perso i super poteri che le rendevano invisibili, stazionano davanti ad una targa, impedendo ad altre otto, dieci persone di fotografarla. Vicino alla Country Music Hall of fame c’è un grande parcheggio ed in fondo un enorme murales dedicato ad uno dei miti del rock americano, Johnny Cash, venerato come un dio da queste parti. Da un altro lato del Music City Center c’è la Bridgestone Arena, con il cartellone dell’imminente concerto di Paul McCartney e dietro all’arena c’è l’enorme e futuribile Visitor Center della città. In poco più di un’ora Nashville ci ha conquistato. E’ un posto che trasuda musica, rock e cultura da ogni pietra. Probabilmente avrà il suo ghetto, la sua suburbia, ma l’attenzione posta verso la musica popolare è enorme. Non ci si sente cittadini di serie B, se si riconosce alla prima nota “Born to run” del Boss e non ci si ricorda qual è l’aria iniziale del Rigoletto.
Il caldo si fa sempre più opprimente. E’ tempo di fermarsi un’ora per mangiare ed aspettare che il sole diventi un po’ meno impietoso. Andiamo verso Broadway. La guida ci dice che proprio là, nel tratto fra la quinta e la prima strada, sono concentrati un gran numero di locali.
Nonostante l’ora ed il caldo, la strada gronda fascino da ogni mattone. Le insegne sono le più fantasiose che si possano immaginare. Chitarre, sax, animali di ogni genere fanno da insegna su tutta la via. In ogni locale si suona. Come a Memphis è sufficiente mettere la testa dentro, capire se la musica ti piace ed entrare. Si suona soprattutto rock, blues e country.
Dal tetto di un edificio arriva il suono di una chitarra e di una voce femminile. Come dei topi dietro ad un pezzo di formaggio, andiamo verso il locale. E’ il Rippy’s. Al piano terra, su di un palco, sono invece due ragazzi a suonare per un bel po’ di persone a cui ci aggiungiamo anche noi. Chitarre alla mano, secchio in per le mance in mezzo a loro, alternano brani loro, che tutti ascoltano con attenzione, ad altri classici che tutti accompagnano con il coro o battendo le mani.E’ una bella atmosfera in cui caldo, musica, cibo, voglia di stare insieme si fondono. Mangiamo i nostri due veggie burger appollaiati su di un tavolo e curati da una serie di ragazzi che, nonostante ci sia tanta gente, cercano di non farti aspettare e di non lasciarti da solo. E’ un’ora abbondante di immersione nella cultura di Nashville, dove per cultura si intende il modo di vivere, di rapportarsi con gli altri e con quel che ti circonda. Noi caliamo il biglietto da 10 dentro al secchio.La passione e la sensibilità musicale dei due, accompagnate dalla bravura tecnica e dall’innata predisposizione a stare su di un palco ci hanno impressionato. Quando loro si tolgono i cappellini, mettono le loro chitarre nelle custodie e mettono via il secchiello, un altro gruppo è già pronto a salire sul palco e preparare gli strumenti. Anche a Nashville ogni locale ha il proprio palco, il mixer e l’impianto luci per permettere a chi suona di esprimersi al meglio, ed a chi ascolta di farsi colpire direttamente dalla musica e non, come accade spesso da noi, da rumori quasi insopportabili.
Quando usciamo il caldo è ancora torrido. Passeggiamo per tutta Brodway, mettendo il naso ora dentro un locale in cui il palco è posto fra due americanissime automobili degli anni ’70, ora curiosando nelle vetrine dei tanti negozi di cappelli e stivali. Tamarrissimi e bellissimi tutti quanti.Alcuni sono delle opere d’arte. Qualche negozio, situato in vecchi edifici con insegne sbiadite dal tempo è un’opera d’arte anch’esso. In fondo a Brodway, sulla destra, troviamo le scale che ci portano ad un passaggio pedonale sopraelevato da cui si ha un gran panorama. Sotto un sole impietoso ed in mezzo ad un caldo allucinante, Nashville si stende davanti a noi, con i grattacieli di downtown da una parte e lo stadio dei Tennessee Titans oltre il fiume Cumberland.
Scendiamo dal passaggio sopraelevato e percorriamo Brodway Street dall’altro lato, fermandoci quasi ad ogni vetrina, ed infilandoci in qualche negozio e nelle vie trasversali. Intorno a noi turisti americani, artisti di strada, abitanti di Nashville, tutti a camminare sui marciapiedi con un ritmo lento, scandito dal caldo, mentre al centro strada il traffico è sostenuto. I negozi di stivali sono i più curiosi e belli. Enormi. Una prima parte con scarpe di fattura grossolana, e poi la parte più ampia popolata da un numero incredibile di stivali. In piedi e ritti come soldati in parata. Alcuni semplici, altri più appariscenti, altri ancora delle vere e proprie opere d’arte. Molti sembrano enormi, per piedi di dimensioni sconosciute alle nostre latitudini. E poi, in espositori chiusi a chiave, le fibbie delle cinture. Metalliche, enormi. Alcune grosse come dei piatti da dolce. E’ Nashville anche questo, anche se, almeno da quanto abbiamo visto, la sua natura country viene fuori solo in questi aspetti. Ci fermiamo verso le cinque in un locale per sederci e bere qualcosa di fresco. Dopo pochi minuti, il cantante con chitarra ed armonica finisce il suo set. Noi restiamo a guardare il barman, un ragazzo nero enorme che ci da le nostre bibite e scambia due parole, un sorriso, con tutti quelli appollaiati al bancone. Come in un film.
Musica oggi ne abbiamo sentita molta. Nashville l’abbiamo girata per bene. Siamo sfiniti dal caldo e fradici del sudore di una giornata torrida. CI piacerebbe fermarci in centro anche a cena. Non abbiamo visto però molti locali in grado di far mangiare tutti e due in maniera soddisfacente; la stanza è parecchio lontana e domani ci aspetta una giornata di trasferimento molto lunga. Torniamo quindi verso casa. Aspettiamo invano per più di mezz’ora il pullman, prima di capire che a Nashville, dopo le 17.30 gli autobus praticamente spariscono. Eccoci proiettati nel mondo in cui il profitto è più importante del servizio pubblico. Facciamo quindi il primo pezzo a piedi, fino alla fermata in cui eravamo scesi questa mattina. Passiamo di fronte al museo di arte contemporanea. Probabilmente, avendo avuto un giorno in più, una mezza giornata l’avremmo spesa. Quando, dopo venti minuti di camminata, arriviamo alla fermata del pullman, scopriamo che, dopo le 17.30, la linea 17 è gestita da un solo pullman. Il nostro amico di colore che aspetta con noi il pullman, tira fuori il suo foglietto, ce lo fa vedere e si risiede sul prato nuovamente. Iniziamo a parlare. Ha lavorato a Londra, Berlino e New York, sempre in ristoranti, molti italiani. Ma lui è nato qui a Nashville e di andare via di nuovo non ne ha proprio voglia. Quando saliamo sul bus, continuiamo a parlare, fino a che non scende. E’ tardi, ed anche Google è stanco e ci prende in giro. Ci fa scendere due fermate prima della nostra. L’ulteriore passeggiata è il colpo di grazia. Arriviamo in stanza stanchi e sudati come non mai. Non abbiamo però tempo di fermarci perché le cucine dei ristoranti chiudono presto. Dopo la doccia, siamo subito in strada, diretti al ristorante libanese che avevamo preso di mira ieri. Oggi è aperto e con un tavolo disponibile. Sono le nove meno un quarto. Per queste latitudini, quasi ora di chiusura. Tavoli liberi in realtà ce ne sono parecchi e quando noi finiamo di cenare, poco prima delle dieci, all’interno del ristorante le sedie sono già sopra i tavoli e lo spazzolone viaggia qua e là. Nel dehor, a parte noi, solo un altro tavolo, sembra di clienti abituali dalla confidenza che hanno con camerieri e proprietario, è occupato.
Torniamo in stanza passando verso ‘interno del borgo, fra buio, lucciole e qualche porticato illuminato. E’ stato il nostro ultimo giorno a spasso per le città. Domani saremo di nuovo sulla strada e poi dopo domani saremo in volo verso la nostra vita di tutti i giorni.