Heart and Bones non venne capito dal pubblico. Anzi, fu proprio rifiutato. Doveva essere il nuovo disco di Paul Simon e Art Garfunkel, ma Garfunkel si sfilò dal progetto ed il disco, uscito a nome del solo Paul Simon non fu compreso.
Paul si prese una pausa di riflessione, fino a quando Heidi Berg, un cantautore che lui stava producendo non gli fa ascoltare una cassetta di musica strumentale: “Gumboots: Accordion Jive Hits Number 1” della band sudafricana “The Boyoyo Boys”. Paul vede la luce. Decide di conoscere la musica sudafricana. Imbastardisce pesantemente il suo folk con ritimi caraibici, blues, cajun e ritmi zulu quali il mbaqanga e l’isicathmiya ed inizia a scrivere una canzone dietro l’altra. Decide poi di andare a registrare il disco in Sud Africa, a Sun City, con i musicisti sudafricani. In quel periodo in Sud Africa c’era l’apartheid e tanta violenza.
Le stesse persone che lo scorso anno tributarono a Nelson Mandela un saluto caloroso alla morte, facendo a pugni per apparire nelle fotografie dei funerali, allora, mentre era in carcerce da più di venti anni a Robben Island, lo consideravano un pericoloso terrorista. Il mondo del rock che aveva appoggiato in maniera chiara la lotta contro il regime sudafricano, si schierò fortemente contro il progetto di Paul Simon, che fu criticato da più parti. La parola fine la pose Miriam Makeba, “Mama Africa” che chiese a Paul di fare una tournè internazionale con i musicisti sudafricani dopo la registrazione del disco. Non aspettava altro. Il disco uscì nel 1986.Fu un successo epocale. La tournè mondiale fece conoscere la situazione sudafricana in tutto il mondo. Graceland diventò l’inno dell’integrazione razziale.
Il titolo dell’album, Graceland, si rifaceva alla “terra della grazia”, inesistente nel mondo reale, ed anche al luogo in cui nacque il rock’n roll, Graceland, la casa di Elvis meta del pellegrinaggio pagano di milioni di persone ogni anno.
Quest’oggi è la giornata del nostro pellegrinaggio verso il rock ‘n roll. Abbiamo in programma di visitare al mattino i Sun Studios e poi, sfruttando la navetta gratuita, andare a Graceland per vedere la casa di Elvis. Dopo colazione, partiamo di buon ora verso gli studios al 706 della Union Avenue. Non è lontano e dopo un quarto d’ora di passeggiata, in un’altra giornata di sole splendido e di cielo terso, vediamo l’enorme chitarra bianca puntata verso il cielo. Dentro questo piccolo caseggiato di mattoni, un camionista di Tupelo nel Mississipi ha cambiato profondamente la storia della musica e non solo. Il rock ‘n roll, accolto in origine con diffidenza, ha avuto una grandissima influenza nel modo di muoversi, di parlare, di vestirsi. Persino di pensare.
Entriamo ed abbiamo subito la sgradita sorpresa di sapere che oggi non sarà in funzione la navetta gratuita per Graceland; oltre a tornare in downtown per prendere la macchina, dovremo pagare il parcheggio. Facciamo quindi i biglietti per la visita guidata e ci mettiamo ad aspettare nello store. Con la fine della fortuna di Sam Phillips, nel 1969, gli studios diradarono le attività, fino a chiudere nel 1985 dopo la sessione di registrazione “Class of ’55” con Johnny Cash, Carl Perkins, Ray Orbison e Jerry Lee lewis .
Si parlò anche di demolizione dell’edificio, ma nel 1987 lo stabile venne riportato all’antico splendore ed addirittura gli U2 lo utilizzarono per alcune sessioni di registrazione del loro disco “Rattle and Hum” del 1989.
La visita è quasi uno spettacolo. Capiamo poco di quanto la nostra guida ci dice, ma la passione con cui racconta, lo sguardo di quando muove la testa quando cominciano le diverse canzoni che ci fa ascoltare, ci fanno arrivare ben dentro le nostre menti, l’importanza che gli americani danno alla musica. La visita termina nello studio dove Elvis cominciò a suonare alla chitarra “That’s all right Mama” e Carl Perkins al pianoforte suonò per la prima volta “Blue suede shoes”.
Sì. è emozionante, benchè non sia un fan di Elvis e non lo conosca più di quanto permetta l’iconografia. E’ più emozionante ancora pensare che non stiamo guardando un monumento, od un pezzo di pietra di qualche millennio fa, artisticamente pregevole, ma morto. Siamo in un posto che ha influenzato la nostra vita e che ancora la influenzerà per chissà quanto.
All’uscita facciamo incetta di magliette da portare a casa. Tutti dovranno avere una testimonianza di quel posto.
Sotto il sole ritorniamo verso il B&B, passando davanti all’impianto dei Memphis Redbirds, la squadra di baseball che gioca in una lega minore ed andiamo al parcheggio a prendere la macchina.
Graceland è in un’altra zona di Memphis ed arrivarci a piedi è improponibile. Attraversiamo un bel pezzo di città, tagliando le periferie degradate di Memphis. Non sappiamo cosa vedremo a New Orleans nei prossimi giorni, ma il degrado e la povertà lungo la Elvis Presley Boulevard sono evidenti ed in qualche caso ricordano molto da vicino quanto visto nelle periferie delle città africane.
Arrivando da downtown, la tenuta di Elvis compare sulla sinistra del boulevard, mentre sulla destra ci sono i parcheggi e le strutture di accoglienza.
L’atmosfera, è quella da parco dei divertimenti, così come i prezzi. Il parcheggio costa 25 dollari, mentre l’ingresso costa 42 dollari a testa. Non c’è tanta gente, anche se la dimensione dei parcheggi fa pensare ad affluenze apocalittiche. Ci viene data un audioguida in italiano, si viene caricati su di un pulmino che ci fa attraversare la strada e si inoltra per un centinaio di metri nel parco della villa. Non è enorme. Mi aspettavo qualcosa di più grande, di più adatto ad un re. L’interno è quello dell’abitazione di una persona che vuole ostentare ricchezza e benessere, oppure sta recitando un soggetto. Solo il piano terra è visitabile. Il piano di sopra, per volere della famiglia, è rimasto privato. Elvis riceveva solo al piano terra ed era sempre in abiti di scena. E’ tutto incredibilmente pacchiano, di gusto opinabile e spesso opprimente. Tutto rimasto chiaramente fermo agli anni ’70, con l’aggiunta di fodere di plastica e naylon su poltrone e divani per non farli impolverare. L’effetto è quello delle “stanze belle” nelle case degli anni ’70 in Italia. Ogni famiglia che aveva faticosamente raggiunto il benessere dopo tanti anni di sacrifici, aveva nella propria casa una stanza in cui entrava molto poco. Fatta solo per essere mostrata agli amici, aveva poltrone e sedie di forma importante, spesso estremamente scomode e con la seduta rigorosamente ancora ricoperta con il naylon della fabbrica. Per quanto ci riguarda non c’è pathos, non c’è riverenza, c’è un po’ di pena verso un uomo, probabilmente molto solo, che cercava di entrare in un mondo che non gli apparteneva.
In giardino la sua tomba, assieme a quella del padre, della nonna e di qualche altro famigliare. Dopo che i cimiteri in cui erano stati sepolti questi defunti si erano lamentati per l’eccessiva confusione, la famiglia ha deciso di seppellire tutti nella tenuta.
Il pulmino ci riporta dall’altra parte della strada, dove visitiamo il garage pieno di automobili costose e gli aerei con le placcature in oro.
Rimane comunque il mistero di un cantante che ha avuto un successo mondiale e che continua a vendere milioni di dischi a quasi quarant’anni dalla morte, e che è stato uno dei primi fenomeni di costume globale nel mondo, pur non avendo mai fatto un concerto al di fuori degli Stati Uniti in un’epoca in cui, non solo non esisteva internet, ma anche la televisione non aveva la diffusione capillare che avrebbe avuto trent’anni più tardi.
Graceland per gli americani , con le sue esagerazioni, rimane un luogo di culto in cui andare con la famiglia in una sorta di pellegrinaggio pagano.
Facciamo benzina in previsione di domani, e dopo aver fatto un po’ di foto in giro per la città, , visto che è ancora presto, andiamo in Beale Street. La troviamo occupata da un raduno di harleysti. Motociclisti e mezzi, oltre ad occupare tutta la strada, attirano l’attenzione con i loro colori. Ci sediamo in un piccolo parco pubblico ad ascolare un concerto blues. L’ennesima formazione estemporanea, forse, ma che a noi pare la prima della classe.
Torniamo a casa per una doccia veloce e poi andiamo a caccia di un posto per cenare con il blues nelle orecchie. Alla fine del giro torniamo da BB King. Questa sera è di scena un chitarrista blues strepitoso che con una pausa verso le 10, ci tiene compagnia fino tardi. Le scene sono le stesse di ieri sera. Gente che balla, che tiene il ritmo, che risponde ai cori. Tutti dai venti ai settant’anni. In tutti è visibile la passione per la musica, la voglia di divertirsi e di godere del divertimento, al di là delle mode, dell’apparire, o dell’essere convenzionali.
Domani lasceremo Memphis. La città su cui non avremmo puntato una lira, ci ha rapito l’anima. Speriamo che anche le prossime città abbiano voglia di prendersi un pezzo anche piccolo del nostro cuore. Per avere almeno la sensazione di riportarsi a casa un po’ di vita.