Martedì 15 Luglio – Memphis, Civil right musem, Rock and Soul Museum – In the name of love

Quando nel 1984 gli U2 incontrano Brian Eno, sono già una band di dimensione mondiale. Paul Hewson (Bono Vox), David Evans (The Edge), Adam Clayton e Larry Mullen Jr, sono partiti nel 1976 da Dublino per ritrovarsi poi a suonare nei locali e nelle arene di mezzo mondo. Hanno scritto e cantato molto sull’Irlanda e sulla sua storia tormentata e sono quelli che hanno saputo meglio interpretare il passaggio dal punk alla new wave.
Brian Eno, in libera uscita dai Roxy Music e con il progetto Talking Heads in corso, li spinge ad ampliare il loro orizzonte, a rendere la loro musica meno britannica ed affrontare nuovi argomenti e nuove sonorità. E’ così che nasce “The unforgettable Fire”, un album dedicato alla pace ed alla guerra, con il titolo che fa riferimento ai funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki. Bono scrive una canzone, “Pride”, orgoglio e dedicandola all’odiato presidente americano Reagan che in nome di un presunto orgoglio americano sta smantellando la società nel suo paese e foraggiando guerre in tutto il mondo. Quindi, ne cambia profondamente il testo, dedicandola a Martin Luther King, man who came in the name of love.
L’album esce direttamente al primo posto delle classifiche inglesi ed americane. Pride diventa un vero e proprio inno generazionale. Nelle ultime versioni, Bono introduce l’ultimo ritornello con “For the Reverend Martin Luther King sing”.
Oggi andremo al Lorraine Motel, dove il pomeriggio del 4 Aprile del 1968 fu assassinato Martin Luther King e dove negli ultimi anni è stato allestito il museo dei diritti civili.
La colazione in mutande e pigiama è comunque meglio di quella nella hall degli alberghi ed anche di quella socializzante dei B&B. Ti permette di cominciare la giornata con calma, con i motori al minimo e di carburare pian piano, senza dover bruciare subito energie.
Quando usciamo dalla stanza, troviamo Sandy ed il marito, i proprietari del B&B che si fermano a parlare con noi per una buona mezz’ora. E parlando vien fuori che le paure, le ansie ed i desideri delle persone non hanno confine e nazione.I nostri sono uguali a quelli degli statunitensi e probabilmente quelli delle famiglie libiche, etiopi, eritree o nigeriane sono uguali ai nostri.
Compriamo in un supermercato vicino la colazione per domani e torniamo in camera giusto il tempo per posarla, quindi, a piedi, andiamo verso Mulberry Street, dove si trova il museo.
E’ una camminata di venti minuti scarsi, durante i quali vediamo uno spaccato di vita di Memphis. La prima cosa che colpisce è la gente. Quasi tutta con la pelle nera.Ti saluta quando ti incrocia come fossimo in un sentiero di montagna. E poi guardandosi intorno ci sono i segni dei morsi del liberismo. A testimonianza di un passato recente più prospero, sono tanti gli edifici chiusi, abbandonati, in disuso che si incrociano lungo la strada. Non solo costruzioni industriali, ma anche quelli che dovevano essere grandi albeghi, si affacciano con le loro finestre murate, o tappate da lastre di metallo su spiazzi che dovevano essere dei grandi parcheggi e che ora sono degli agglomerati di cespugli, arbusti, buche, fra cui è possibile ancora distinguere le strisce gialle dei posti auto. Il tram allestito negli ultimi anni e che dovrebbe permettere ai turisti di fare il giro della città, non c’è, tenuto in garage forse da guasti, più probabilmente dalla mancanza di fondi.
Per certi versi la città sembra in ginocchio, anche in questa mattinata di sole splendido  e di cielo azzurrissimo .
L’atmosfera, il “groove” come si dice qui negli Stati Uniti è invece caldo; quello di un posto in cui la vitalità e l’energia vengono continuamente alimentate.
In meno di venti minuti di camminata su Main Street, raggiungiamo il museo. Per arrivare al Lorraine Motel, dobbiamo attraversare un isolato, passando in un piccolo parco ai cui lati sono appese grosse fotografie dei momenti salienti della lotta dei neri per i propri diritti. Dall’altra parte il motel, trasformato in un museo. Il tempo sembra essersi fermato. All’interno del cortile, due grosse macchine americane della fine degli anni sessanta sono parcheggiate davanti al porticato, sotto il quale ci sono le porte di entrata delle singole camere. Il balcone dove fu assassinato Martin Luther King è facilmente riconoscibile da una corona bianca rossa e blu posta sulla ringhiera. All’angolo, l’insegna colorata del motel ci riporta indietro ad “American Graffiti”. Entriamo. L’aria è gelata come in tutti gli ambienti chiusi di questo paese. Non lo sappiamo, ma nelle prossime tre ore vedremo uno dei musei più belli che ci si sia mai capitato di visitare ed i nostri sensi, anche quelli di colpa, saranno messi a dura prova.
Alla fine degli anni ’60 l’America era in fermento. Una generazione si era messa in testa di cambiare la società e ci stava riuscendo. I giovani non volevano più restare seduti a guardare lo spettacolo, ma volevano farne parte, smascherarne i lati oscuri e le ambiguità e portarlo verso il finale che desideravano. Solo che lo spettacolo era l'”American Life”, e la sua difesa era strenua, violenta, spietata. Memphis in quei giorni era teatro delle manifestazioni dei lavoratori neri della nettezza urbana, duramente represse dalla polizia. Martin Luther King decise di arrivare in città per essere a fianco dei lavoratori in sciopero. Il 3 Aprile del ’68 il Reverendo arrivò in città e partecipò alla marcia di protesta che terminò con la morte di un ragazzo nero. Quindi andò al Lorraine Motel, dove concordò con altre persone le attività da fare nei giorni successivi. Alle 18.01 uscì sul balcone. Un colpo di fucile lo centrò nel collo, alla base della testa. Fu portato all’ospedale dove fu chiaro che la situazione era disperatà. Morì il giono successivo. Il motel, dopo l’assassinio del Reverendo, venne sequestrato dalle autorità e quindi lasciato andare in rovina. Alla fine degli anni ’80 una serie di famiglie nere facoltose lo rilevò, restaurandolo e creando il museo.
Il pugno allo stomaco comincia dalla prima stanza con i tabelloni dedicati allo schiavismo. Pannelli, testimonianze e reperti di un vergognoso periodo storico che viene spesso accantonato. Famiglie intere smembrate, con le madri da una parte, i padri dall’altra ed i figli in un terzo posto ancora. Fatica che ammazza ed un tozzo di pane a chi era in grado di lavorare. La morte per chi non poteva essere utile alla ricchezza dei coloni. Decine di migliaia di morti solo durante il trasporto dall’Africa all’America. Le camicie brune tedesche non erano state dunque  così originali a metà del ‘900.
I bianchi non andarono mai a rapire le persone nei villaggi, ma il compito di razziare ed imprigionare fu lasciato ad altre popolazioni nere. Obama ed i neri liberal che da anni vanno in Ghana a ricordare i loro antenati rapiti, in realtà vanno a rendere omaggio ai predoni che rapirono i loro famigliari. Bisognerebbe dirglielo.
Il tempo di leggere che l’obbiettivo di Lincoln nella lotta contro la schiavitù non era l’uguaglianza fra le persone, ma il controllo dell’economia degli stati del sud in gran parte basata  sullo schiavismo, che ci chiamano per un lungo filmato, che grazie ai sottotitoli in inglese riusciamo a capire.
Il resto del museo è ancora più interessante. Le testimonianze sull’apartheid americano con i locali per soli neri, oppure quelli in cui si esibivano i neri, ma l’ingresso era riservato ai soli bianchi, come il  “Cotton Club” di New York. Le fotografie dei bus, con la parte iniziale riservata ai bianchi semivuota ed i neri accalcati nella seconda ristretta parte.I locali in cui i bianchi venivano serviti subito ed i neri lasciati aspettare. E Poi le testimonianze della fine degli anni ’50 con cui gli stati del sud si ribellarono alla segregazione razziale nelle scuole.
In uno stanzone, un bus ricorda il gesto di Rosa Parks che si sedette nella parte riservata ai bianchi e per questo fu arrestata. E poi la parte dedicata ai Freedom Riders, attivisti in autobus oggetto della violenza razzista della società e degli stati. Le lotte degli anni ’60, fino ad arrivare al piano superiore del motel con la ricostruzione delle stanze occupate dal Reverendo King il giorno della sua morte…
La visita termina nell’edificio antistante il museo, da dove partì il colpo del killer. Usciamo dopo quasi quattro ore stanchi, provati, contenti ed inquieti. Molti dei messaggi razzisti riportati nel museo, non sono altro che gli slogan elettorali dalla Lega Nord negli ultimi anni. La stessa Lega che ha governato a lungo nel nostro paese ed ha ancora responsabilità, seguito e prestigio.Quel che da noi riempie le prime pagine dei giornali, o viene presentato come le esagerazioni folkloristiche di persone un po’ rozze, in uno dei più famosi musei degli Stati Uniti sono considerate prese di posizione razziste da condannare senza alcun indugio.
Sgranocchiamo qualche biscotto che ci siamo portati dietro dal B&B per pranzo ed andiamo a piedi verso il Rock & Soul Museum.
Passiamo davanti alla fabbrica della Gibson; è già chiusa e non possiamo fare la visita guidata. Qualche settimana prima, purtroppo solo tramite YouTube, avevamo sentito la Gibson di Keith Richards ruggire al Circo Massimo di Roma, attaccando “Jumping Jack Flash” all’inizio del concerto dei Rolling Stones. La musica avvolge Memphis in ogni angolo e ci consoliamo con i ricordi. Il museo è bello, interessante. Lo sarebbe ancora di più se avessimo le audioguide in italiano, ma non è possibile. Restiamo due ore fra cimeli, dischi e strumenti in mezzo a tanti altri visitatori.
Torniamo in camera a fare velocemente la doccia, posare le due cose che ci siamo comprati e poi andiamo in Main Street a cenare in un ristorante creolo in compagnia di qualche centinaio di zanzare. Scopriamo che la cucina creola comprende la pasta. Scopriamo che la cucinano bene. Scopriamo che può essere cucinata con la carne, o con le verdure. Scopriamo che è buona! E scopriamo che i camerieri del locale sono tutti ragazzi molto belli e tutti incredibilmente gay. Si mangia bene, si viene trattati meglio, ma manca qualcosa. La musica. Andiamo a cercarla a Beale Street, nel locale di BB King.
Prima di raggiungere il locale, veniamo abbordati dalla stessa signora di ieri sera che ha perso nuovamente la tessera del bus e che chiede gli spiccioli per tornare a casa.
Quando entriamo al BB King stanno suonando i King Beez. In alto, in neon rosa, splende la scritta “Lucille”, il nome della chitarra di B.B. King.

A Memphis è così. Butti l’occhio e l’orecchio dentro il locale, se ti piace ti fermi e bevi, mangi, altrimenti esci e continui a cercare qualcosa che ti piaccia.In particolare.I King Beez sono un gruppo soul blues che da noi suonerebbe in qualche club sofisticato a 30 euro a poltrona. La cantante è un’enorme nera con un abito giallo. Impressionante per la mole, per l’agilità con cui si muove su tacchi altissimi, per come è evidentemente ed incredibilmente incinta e soprattutto per la sua voce potentissima e versatile.
La gente segue il concerto rapita. Moltissimi dai tavoli come noi. Si mangia, si beve, si accompagna la musica. In parecchi mollano tutto ai tavoli e vanno sotto il palco a ballare. Da contro canto alla donna, c’è un omino. piccolo, mingherlino, voce acuta. Sembra quasi che alla fine del concerto lei si apra e diventi la custodia di lui.
Noi alziamo bandiera bianca verso mezzanotte, quando la band si concede il secondo intervallo, in un tripudio di bianchi, neri, giovani, anziani che ballano scatenati sotto al palco. Da noi i settantenni guardano rapiti le orchestre di liscio dai nomi improbabili: “Vito ed i cacciaviti”, “Adelmo e le lucertole del folk”, “Pino e gli scatenati” e dalle melodie anni 50. Qui si scatenano cantando “Sweet home Alabama”, urlando “I feel good”, o ballando “Johnny be good”.
Usciamo dal locale che Beale Street è diventata splendida. I cavalletti della polizia impediscono alle macchine di entrarci. La gente ha preso possesso di tutta la strada. Con il buio della notte, le insegne luminose le danno un’anima che poche strade al mondo possono vantare. Che sorpresa Memphis. E che peccato che domani sia l’ultimo giorno.

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