Giovedì 17 Luglio – Da Memphis a New Orleans – Take a trip with me well, down the Mississippi down to New Orleans

Quando Frank Guida e Joseph Royster nel 1960 scrivono “New Orleans” hanno in mente la città, un immenso crogiolo di musica ed umanità ed il suono della festa.Un ritmo martellante con più rock’n’roll che rythm and blues, più gospel che jazz. Cori orecchiabili, ganci vocali più un pizzico di mistero che sta nel carattere della città.
Dapprima Guida affida la canzone a Leroy “Bunchy” Toombs quindi, non soddisfatto, la passa al giovane Gary Bonds che la fa sua. Ascoltando già il primo verso, con la batteria che comincia ad andare e poi Bonds che incalza urlando “hey hey hey, yeah”, capisce di avere fatto centro. I passaggi di chiamata e risposta classici del gospel e che verranno poi usati anche da Ray Charles, entrano come un martello nella testa. Le vie di New Orleans, la musica delle strade e dei locali scorrono davanti agli occhi mentre Gary U.S. Bonds canta.
La canzone verrà cantata, ricantata ed ancora cantata da generazioni di artisti che ne faranno tantissime versioni. Da Bill Haley and Comets pochi anni dopo, a Dr John, Neil Diamond, fino ad arrivare alla versione hard rock di Ian Gillan ed a quella del film “The Blues Brothers 2000”, cantata dalla superband “The Louisiana Gator Boys” formata, fra gli altri da B.B. King, Bo Diddley, Billy Preston, Eric Clapton, Calrence Clemons, Steve Winwood, Isaac Haes.
Down the Mississippi, down to New Orleans. E’ il compito di oggi. Ci svegliamo presto e cerchiamo di uscire presto per arrivare prima questa sera. Salutiamo il Talbot Heirs ed i suoi proprietari. Ci siamo trovati bene. Prendiamo succhi di frutta, snack e qualsiasi cosa commestibile ci abbiano lasciato per fare pranzo durante il viaggio. Salutiamo Memphis, i suoi parcheggi diroccati, i suoi edifici abbandonati, la sua atmosfera, la sua gente. Un pezzettino della nostra anima resterà qui. La strada per NOLA è molto facile. Il navigatore, dopo tre curve a Memphis per imboccare la tangenziale, sentenzia: “Prosegui su A50 per 251 miglia”, per farti fare poi una leggera deviazione dopo Jackson e dirti: “prosegui per 136 miglia su A50″.
La strada è lunga ed incredibilmente noiosa. Dopo la fatica per arrivare a Memphis lungo le strade interstatali, abbiamo scelto di percorrere tutta la highway, tanto più che non sappiamo bene fino a che ora ci sarà qualcuno ad aspettarci al B&B a New Orleans.
Cerchiamo di macinare più chilometri possibile, prima di fermarci per il pranzo.
Attraversiamo tutto lo stato del Mississippi, in mezzo a file di alberi fra cui sfila, dritta come un fuso, l’autostrada. Proviamo ad uscire a Jackson per cercare qualche posto per mangiare. La zona in cui siamo usciti è particolarmente brutta e degradata; per risparmiare tempo , nel caldo opprimente, non ci perdiamo in ricerche di posti particolari, ma entriamo nel solito Subway per la solita insalata. Alla parola “Have you olive oil”, non arricciano il naso come se avessimo chiesto “have you  a yellow dog”, ma ci condiscono l’insalata. Lusso insperato.
Riprendiamo la strada, macinando chilometri in un paesaggio noioso, che cambia man mano che ci si avvicina a New Orleans. Entriamo in Louisiana.
L’ultimo tratto della strada fra Baton Rouge e New Orleans è un viadotto che sfila per chilometri e chilometri fra le paludi, per poi tagliare di netto il lago fino alle porte di NOLA.
I segni di Katrina qui sono molto evidenti. Sebbene siano passati quasi 9 anni da quel maledetto agosto, la terra ne porta ancora le cicatrici. Vaste zone sono piene di scheletri di alberi: secchi, senza vita, sono foreste inanimate che fanno corona alla highway. Si intervallano a tratti in cui la vegetazione è ancora viva e folta ed a villaggi distrutti con gli scheletri in legno delle abitazioni come ricordo di quanto è avvenuto.
Altri piccoli paesi sono in parte ricostruiti, ma portano ben evidenti i segni della distruzione.
E’ l’Abruzzo d’America. Un luogo utilizzato per una campagna mediatica senza scrupoli ed immediatamente abbandonato a se se stesso. Come per L’Aquila, anche di Katrina si ricorda la presunta e pronta efficienza dei soccorsi. Spazzata via non appena si è alzato un timido velo di verità.
La città è caotica. Il traffico per entrarci è sostenuto. Raggiungiamo il B&B su Canal Street all’ora stabilita, ma ad aprire non c’è nessuno. Un biglietto riporta un numero di telefono. Cinzia telefona e dopo pochi minuti arrivano per farci entrare. L’inglese parlato qui è incomprensibile. Veloce, accenti strani. difficile capire. Il caldo è opprimente. Eravamo stati toccati dal caldo di Kansas City. Memphis ci aveva regalato giornate fresche. Qui, oltre al sole, una cappa di micidiale umidità anche alle sei di sera. Il freddo all’interno dell’edificio lo è ancora di più. Sistemiamo la roba nella stanza, ampia, bella e freddissima e guardiamo con preoccupazione il letto enorme ed alto quasi un metro. Cinzia questa sera dovrà scegliere se andare a dormire con il Fosbury, od il ventrale, calcolando la rincorsa e mettendo il nastro adesivo per terra nel punto dello stacco, come i saltatori in alto.
Usciamo il più in fretta possibile. E’ la tappa più meridionale del nostro viaggio. Abbiamo tante aspettative sulla città. Sappiamo che, quando la lasceremo, cominceremo il ritorno verso casa ed entreremo nella parte finale del nostro viaggio.
Su Canal Street, proprio davanti al B&B, c’è la fermata del Trolley, una delle linee di tram che viaggiano in città. Ci hanno spiegato che i tram verdi sono originali degli anni ’30 ed il loro tragitto serve ai turisti per vedere i punti di interesse della città. Quelli rossi sono più recenti e rappresentano il fulcro del servizio di trasporti di New Orleans. Li vediamo passare uno di fila all’altro e sono identici. Noi prendiamo un tram rosso. .Assomiglia ad uno di quei tram piccoli degli anni cinquanta, con i sedili in legno. Il guidatore non è separato dai passeggeri. Ad ogni fermata, si gira sulla sedia di 180 gradi per dominare la macchinetta per far pagare la corsa, facendo vedere come si mette il biglietto da un dollaro, che tipo di biglietto fare e dare tante altre informazioni. Una fermata ogni 150, 200 metri. Ogni fermata, una chiacchiera con qualcuno a bordo, oppure un saluto a qualcuno in strada con la porta aperta. Per prenotare la fermata, un cavo scorre lungo tutte e due le fiancate del tram, all’ altezza del finestrino. Un altro modo rispetto a quanto visto finora funzionare con precisione svizzera in tutte le altre città.
Scendiamo nel girone infernale di Bourbon Street. Rumore, alcool, musica ad alto volume, gente già ubriaca alle 7 di sera, ragazze mezze nude, un’insegna dietro l’altra, un colore via l’altro. Sembra l’ingresso di Cartoonia di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Dai balconi lanciano collane colorate; in tanti bevono da un contenitore bislungo. Al di fuori di Bourbon Street, il quartiere francese è molto più bello ed affascinante. Le case in stile coloniale spagnolo, con i loro balconi in ghisa, nella penombra sono quasi magiche. Fatichiamo a trovare un ristorante che permetta a tutti e due di mangiare in maniera gratificante. Finalmente un locale in una via leggeremente al di fuori della zona più calda, ci offre qualcosa che ci ripaga della lunga ricerca.
Le 400 miglia in macchina cominciano a farsi sentire.Terminata la cena, giriamo ancora per un poco, cercando di evitare la giostra sempre più rumorosa, per tornare al tram e poi in stanza.

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