Ed Gross dell’ MGM ebbe l’idea del musical “St. Louis Woman” nel 1945, leggendo un racconto di Arna Bontemp “God sends sunday” e pensando al talento di Lena Horne una cantante e ballerina di colore che diverrà famosa anni più tardi per il suo impegno civile. Per il suo progetto non badò a spese ed ingaggiò Harold Arlen e Johnny Mercer che avevano per due anni consecutivi vinto l’Academy Award per la migliore canzone con i musical “Il mago di Oz” e “Bloomer Girl”.
Il musical fu però stroncato dalla critica e dal pubblico. Poco drammatico e poco comico. Una trama ed una vicenda che restano a metà, senza un particolare gusto. La società civile nera denunciò anche lo spettacolo come poco edificante per la popolazione di colore. Dopo solo 113 repliche, pochissime per uno spettacolo americano, “St. Louis Woman” andò nel dimenticatoio. “Come rain or come shine”, non venne apprezzata e non vendette nemmeno molte copie nella sua prima versione incisa da Margaret Whiting.
La canzone, una bellissima dichiarazione d’amore per la vita, fu poi ripresa dalla grande Sarah Vaughan nel 1950 che la trasformò letteralmente in uno standard del jazz. Da quel momento in avanti, per avere la patente di immortale, qualunque artista ha dovuto confrontarsi con questo brano. Marlene Dietrich e poi Dinah Washington, Billie Holiday, Judy Garland, Jerry Lewis, Ray Charles, Bill Evans, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, James Brown, Petula Clark, Liza Minnelli, Barbra Streisand, Dr. John, per finire con Eric Clapton e B.B. King che nel 2000 ne registrarono una versione blues meravigliosa.
Oggi siamo svegliati dalla pioggia che in maniera violenta batte sulle foglie delle piante del giardino che vediamo dalla finestra della nostra camera. Siamo rintanati sotto il piumone. Nonostante il caldo torrido e l’umidità paurosa di New Orleans, il condizionatore, il cui controllo ricade al di fuori della nostra giurisdizione, mantiene una temperatura glaciale all’interno della camera.
Scendendo nella sala da pranzo, la situazione climatica non cambia di molto. Fa un freddo boia. L’ambiente è molto curato. I mobili sono tutti vecchi, curatissimi. Nessun dettaglio è lasciato al caso.
Stoviglie, tovaglioli, sedie. Ogni aspetto è stato curato. Nella sala vicina, addirittura un pianoforte per creare l’atmosfera, mentre del jazz in sottofondo, ci accompagna per tutta la colazione. Al tavolo siamo soli. Abbiamo scelto il turno delle 8 ed è quando ci alziamo che arrivano gli altri ospiti. Continua a piovere in maniera molto violenta. Chissà cosa penseranno gli abitanti di Nola, dopo Katrina, ogni volta che un acquazzone violento dura più del dovuto. Ritorniamo in camera a prepararci mentre ancora “come rain” ed aspettiamo fiduciosi il “come shine”.
Usciamo lo stesso per il nostro primo giorno a New Orleans. Ha smesso di piovere, anche se il cielo è inquietante. Quando saliamo sul tram non cade nemmeno una goccia, anche se le strade sono un acquitrino.
Quest’oggi continuiamo fino all’acquario ed il molo. Quando scendiamo, le prime gocce di pioggia ci colpiscono. Il caldo e l’umidità sono allucinanti. Almeno per noi. Il cielo è grigio tendente al nero, con sfumature di viola. L’acqua del Pontchartrain lake è scura. quasi minacciosa. Il lago è salato ed è collegatoall’oceano da un altro lago salato. Mentre camminiamo verso Decatur Street ed il French Market, la pioggia aumenta pian piano di intensità, fino a costrigerci a ripararci sopra un gazebo “vista porto”. Di fronte a noi una enorme nave modello “battello su Missisppi” ha appena messo in moto l’enorme ruota nella poppa. Osserviamo il battello mentre si stacca dal molto. La pioggia non diminuisce di intensità, anzi, le nuvole nere che stanno arrivando da ovest garantiscono un altro nubifragio. Ci spostiamo quindi frettolosamente su Decatur Street che ha un po’ di portici sotto cui ripararci. Al riparo dei portici, dei ragazzi della scuola di jazz di New Orleans improvvisano un concerto. Presto un piccolo capannello di ombrelli circondano i ragazzi che suonano, non con l’attenzione e la tensione dei dilettanti, ma con il soul dei veri professionisti.L’acquazzone comincia a riversare acqua a catinelle, con una violenza a noi sconosciute. Non lo sappiamo ancora, ma smetterà nel pomeriggio inoltrato, senza praticamente mai diminuire di intensità, Non vogliamo immolare le nostre birkenstock, per cui, dopo lunga ed accurata ricerca, entriamo in un supermercato per comprarci un paio di infradito di plastica ciascuno. Usciamo dalla porta e ce le mettiamo ai piedi, ponendo in salvo le nostre scarpe. Il diluvio nel frattempo continua. E’ un problema anche attraversare la strada con l’ombrello. Sotto il porticato, riparato da un vano zanzariera, vediamo un enorme pentolone; ogni qualche minuto, si apre una piccola porta ed una mano mette dei recipienti all’interno del pentolone e ne preleva altri.Il profumo di pomodoro, spezie e pesce è buonissimo. Far spiovere all’interno di quel posto ci sembra l’idea del secolo. Con le nostre infradito ai piedi, che sono ormai fradici, entriamo a prenderci qualche momento di asciutto. I gamberi, messi alcuni minuti a cuocere dentro il pentolone e poi portati in tavola, sono eccezionali. Gamberi e crostacei sono quasi una religione qui a New Orleans e vengono presentati e proposti un po’ da tutte le parti.
Quando usciamo, il temporale non ha diminuito di intensità. Le grondaie delle case non ce la fanno a convogliare tutta l’acqua verso le tubature e poi il terreno, così delle vere e proprie cascate piovono giù dai tetti.
Entriamo in un negozio per turisti e ci compriamo due mantelle di naylon azzurrine con cui copriamo noi e gli zaini. Non siamo proprio eleganti. La ciabatta infradito di plastica ed il naylon a ricoprirci tutti non ci fanno proprio sentire a nostro agio. Però ci riparano. Probabilmente senza ciabatte e mantella avremmo dovuto buttar via sia le scarpe, che il contenuto dei nostri zaini, visto che l’ombrello con cui ci ostiniamo a ripararci, ben poco avrebbe fatto contro la tormenta.
Continuiamo il nostro giro sotto la pioggia che alterna momenti in cui sembra smettere a folate violente. Noi siamo gli unici che girano armati di ombrello ed impermeabile. Agli altri tutta l’acqua che sta cadendo pare non fare paura. C’è talmente tanta umidità che gli ombrelli gocciolano anche nella parte interna. Il Quartiere Francese è splendido anche sotto la pioggia. Jackson Square bellissima, anche senza i carretti dei pittori, dei ritrattisti e dei chiromanti. Vien da chiedersi come sarebbe con la luce del sole. Come sarebbero i colori sgargianti delle case, i vasi di fiori colorati appesi qua e là e le decorazioni alle finestre, se invece che dall’acqua, fossero inondati dalla luce.
Verso le cinque ci stufiamo. Siamo stanchi di girare sotto l’acqua. Ci sentiamo sciatti con le infradito di plastica ai piedi e la mantella di naylon. Prendiamo il tram e torniamo al B&B per farci la doccia e cambiarci. Sul “trolley” non ci facciamo molti amici con i nostri zaini sotto le mantelle e gli ombrelli fradici. Ce ne faremo una ragione. In camera, accolti dal gelo dell’aria condizionata, la doccia bollente ci riconcilia con la giornata.
Stiamo seduti un poco sulle panche vicino alla finestra, mentre fuori ha ormai smesso di piovere e poi ci ributtiamo in strada per cenare.
Fa di nuovo caldo. La pioggia di tutta la giornata non ha rinfrescato per niente l’aria. L’umidità è ancora micidiale.Andiamo vicino a Frenchman Street, ai confini con il Treme, dove, nel pomeriggio, avevamo visto una serie di locali. Stasera si mangia arabo. Il posto è rilassante, ma la giornata in mezzo alla tormenta ci ha sfiancato. Avremmo voluto cenare con un bel sottofondo musicale, o lasciarci proprio andare dietro le note di qualche canzone. I locali lì attorno sono già pieni.Riusciamo solo a fare due passi ed a ritornare al tram, per poi andare a dormire nel gelo della stanza, sotto il pesante piumone.