Sabato 19 Luglio – Tremé, Garden District, French Quarter ed il sole – And I think to myself, what a wonderful world

Negli ultimi venti anni Bob Thiele ha prodotto e scritto canzoni e musiche per tutti i più grandi del jazz e del blues: Sonny Rollins, Dizzy Gillespie, Charles Mingus. E poi B.B. King, T-Bone Walker, John Lee Hooker. Ma il suo sogno in questo momento è un altro. Sono i primi mesi del 1967 quando chiama George Weiss per scrivere una canzone per Louis Armstrong. Negli ultimi anni, Satchmo ha deciso di usare più la voce che la sua leggendaria tromba, mantenendo inalterata la sua grandezza e realizzando una serie di singoli, primo fra tutti “Hello Dolly”, che lo hanno portato a vendere milioni di dischi.
Alla Impulse! sono contenti del progetto. Molto di meno quando sentono la canzone. Immaginavano di proporre ad Armstrong una marcetta, un motivo allegro e spensierato come “Hello Dolly”, che aveva venduto milioni di dischi. La canzone è invece una ballata incentrata sulla pace, sulla convivenza, sulle differenze e su come la bellezza del mondo sia proprio data dalle differenze dei colori, dei pensieri.
Negli Stati Uniti sono anni difficili. Le tensioni sociali sono grandi e due categorie di persone fino ad allora ai margini della società, i neri ed i giovani, reclamano a gran voce un loro posto ed un loro ruolo.
La casa discografica propone il brano a Tony Bennet che lo rifiuta, quindi Thiele si impunta e lo propone ad Armstrong che va in sala di incisione, mentre dalla stessa vengono cacciati malamente tutti i dirigenti della Impulse!. Bob non perdonerà mai i dirigenti della casa discografica e sarà il suo ultimo lavoro per la Impulse!.
Il disco, senza una promozione adeguata, viene accolto in maniera tiepida negli Stati Uniti, mentre in Europa fa letteralmente il botto. Nel Regno Unito raggiunge subito il primo posto in classifica, facendo di Satchmo il cantante più anziano a raggiungere il top della classifica, superando i Beatles con “Hey Jude”, i Rolling Stones con “Jumping Jack Flash”, Joe Cocker con “With a little help from my friends”. Pian piano la canzone diventa uno standard jazz. Viene inclusa nella colonna sonora di moltissimi film, fino ad essere eseguita in maniera indimenticabile, alla fine degli anni ’90, anche da Joey Ramone che ne fece una splendida versione punk.
Oggi non vorremmo bagnarci. La giornata di ieri, passata sotto il temporale infinito, è stata pesante. I piani, quando ci alziamo nel gelo condizionato della nostra stanza, sono quelli di girare per New Orleans in macchina, visto che la pioggia si fa sentire sul tetto e sulle foglie delle piante poco al di fuori della finestra. Il Tremè ed il Garden District sono i nostri due obiettivi. La colazione è piacevole. La facciamo con una coppia di anziani del Missouri ed un’altra coppia di giovani del Connecticut.Ci facciamo ripetere un paio di volte l’oscura sequenza di consonanti, prima di capire che provengano proprio dal Connecticut.
Le esperienze sono le più varie, anche le idee ed i pensieri. Al di là di tutto, notiamo che c’è sempre un profondo affetto verso l’Italia e che le persone parlano più lentamente quando capiscono che non siamo anglosassoni. Cinzia in particolare viene spesso travolta dagli elogi degli interlocutori per il suo inglese, forse perchè non si aspettano da un italiano un inglese comprensibile, forse perchè il suo inglese fa da contrappeso al mio silenzio.
Quando usciamo dal B&B ha finito di piovere. Il caldo fuori si fa già sentire mentre saliamo sulla nostra macchina con destinazione Tremé. La guida di New Orleans che Monica ci ha dato appena arrivati al B&B, consiglia di non andare assolutamente nel Tremè con il buio, di non andarci nemmeno con la luce, e se proprio lo si vuole visitare, di usare un taxi. Noi ci muoviamo con la cartina, lasciando spento il navigatore. Attraversiamo il quartiere francese e ci portiamo verso nord. Dopo i primi isolati non riusciamo a capire tutto l’allarme riportato nelle guide e su internet: casette più dimesse rispetto a quelle del quartiere francese, ma nulla di particolare. Poi, man mano che ci si inoltra, si capisce di entrare nel girone dei dimenticati. Le case sono sempre più dimesse e malconce e sono intervallate dagli scheletri ed i resti del pranzo che Katrina e le iene del liberismo hanno fatto in questi nove anni. Dove le case non sono distrutte, sono abbandonate, sigillate da assi di legno come in una fuga precipitosa. Come a voler mettere un tappo al passato ed alla disperazione. Le strade sono piene di voragini colme dell’acqua caduta fino a qualche ora prima.
Per strada l’atmosfera ci ricorda molto da vicino quanto visto a Katutura, la bidonville di Windoeck, la capitale della Namibia. Gli otturatori delle macchine fotografiche sono in silenzio. La disperazione, quando non è condivisa, quando non è conosciuta a fondo, non può essere fotografata. Non è un giro turistico da ricordare. I volti, i colori, i contrasti entreranno nella nostra mente per non uscirne. Senza bisogno dei pixel.
Uscendo dal Tremè andiamo alla ricerca di Storyville dove, all’inizio del ‘900 nacque il Jazz. Due isolati al confine con il Quartiere Francese nei quali, negli anni ’20, Louis Armstrong finì la sua vita di piccolo delinquente di strada, per cominciare quella di genio immortale della musica.
Non c’è più nulla. Se mai fosse rimasto qualcosa, Katrina ha dato il primo colpo e gli sciacalli delle immobiliari hanno fatto il resto. Un’enorme cantiere prende tutta l’area, promettendo centri commerciali ed altre migliaia di metri cubi di cemento e legno. Per fortuna Satchmo non c’è più per vedere lo scempio che si sta verificando.
Attraversiamo Nola per andare al Garden District, uno dei quartieri più antichi ed esclusivi della città. Katrina, con la sua furia devastatrice, mise sott’acqua l’87% della città. Si salvò il quartiere francese perché più alto degli altri sobborghi e poco altro. Mentre al Tremè sembrava che l’uragano fosse appena passato tanta era la devastazione e la povertà, al Garden District sembra che nulla sia capitato. Le case sono belle e spettacolari come in una scenografia cinematografica. I giardini rigogliosi e verdi, con le radici degli alberi che affiorano qua e là sui marciapiedi. Automobili di lusso sono parcheggiate ai lati delle strade. La strada principale del quartiere è piena di negozi e di locali che si stanno riempiendo per il brunch del sabato. Un altro mondo a dieci minuti di macchina dalla disperazione. Mangiamo in un fast food della zona. Curato, cibo genuino e tanta cortesia, un posto lontano parente dai locali simili delle grandi catene. Attorno a noi famiglie di tutti i colori. Alcuni ragazzi si fanno impacchettare quanto non sono riusciti a consumare per portarselo a casa. Tutti, noi compresi, con la fortuna di essere nati nel quartiere giusto, al momento giusto.
Dopo pranzo continuiamo il giro per il quartiere. E’ bello, curato. Le case sono spettacolari e sembra, non particolarmente protette. Fossero nelle nostre città ci sarebbero inferriate alle finestre, cancellate, muri e filo spinato. Qui, in una delle città più pericolose degli Stati Uniti non c’è nulla. Andiamo a visitare anche uno dei famosi cimiteri di New Orleans, decadente e misterioso quanto basta, con le collane wodoo appoggiate alle croci di pietra di alcune tombe. I defunti vanno dal secolo scorso, fino ai mesi appena precedenti. Di alcune tombe risulta impossibile leggere addirittura il nome, tanto il tempo e le intemperie hanno consumato la pietra.
Torniamo al B&B giusto in tempo per chiedere a Monica di prenotarci per domani l’escursione nelle paludi, parcheggiare la macchina e prendere il tram per ritornare verso il French Quartier. Vogliamo vederlo con la luce del sole che nel frattempo si è fatto spazio fra le nuvole e riscalda prepotentemente la giornata. Con il sole, la luce ed il cielo azzurro, i colori sgargianti delle case prendono vita, facendo dimenticare anche la rumorosa e pacchiana Bourbon Street. New Orleans sembra un sogno. Sembra assumere in ogni momento un aspetto diverso, proporti una nuova faccia, creare nuove aspettative che poi vengono mantenute. Sembra che Louis Armstrong, nel cantare “What a worderful world”, pensasse alla sua città ed alle sue contraddizioni. Alle catapecchie del Tremè, ai bambini scalzi che giocano in strada, a quelli che, con le lattine schiacciate incollate sotto le scarpe da ginnastica, provano a spillare qualche dollaro ai turisti.

Ci perdiamo per le strade del “pericoloso” quartiere Laffitte ai confini con il Tremè, fino a raggiungere Frenchmen Street. L’atmosfera è quasi sognante. Il pericolo proprio non si sente. Attorno a noi quasi nessun turista, solo gente che cammina. Arriviamo fino ad un parco poco lontano da Frenchmen Street. Ci sediamo in un panchina e guardiamo il mondo intorno. Famiglie che si divertono, un ragazzo nero con dei muscoli impressionanti fa ginnastica in maniera metodica. Su di una panchina davanti a noi, a qualche decina di metri di distanza, un tipo strano, con un ancor più strano vestito nero, improvvisa dei movimenti plastici con un trolley e poi ci saluta con un inchino. Dietro di noi una ragazza punk, accucciata per terra, divide il suo panino e le sue patatine con un cane. Nel prato dietro poi, un ragazzo fa divertire il proprio cane con una macchinina radiocomandata, dietro cui l’animale si lancia in corse mozzafiato. Restiamo seduti tanto, prima di alzarci ed andare a cercare un posto per la cena. Proviamo nel locale di Frenchmen Street notato ieri sera. Anche oggi sembra ci sia buona musica. Entriamo e diamo il nostro nome per un tavolo. Ci viene risposto con il canonico e transoceanico “dieci minuti, un quarto d’ora” e ci fanno accomodare sugli sgabelli di fronte al bancone.La musica effettivamente è bella. Si tratta di un gruppo jazz che va avanti come un treno. Tutte le persone sedute ai tavoli sono rapite dalla musica. Passata un’ora e visto che nessuno si è ancora alzato, decidiamo di andare ad un ristorante thai poco distante che avevamo notato in precedenza. All’uscita, quasi di fronte al locale si è radunata una jazz band composta in gran parte da ragazzi..
Sotto la pensilina di un cinema che sembra chiuso da tempo, trombe, tromboni, corni, grancassa, percussioni di qualsiasi tipo hanno radunato una marea di persone. Uno dei ragazzi, di tanto in tanto, con una scatola di cartone passa in mezzo al pubblico per la mancia. Con un piccolo tamburo, anche un bambino di cinque, sei anni partecipa alla jam session. La gente attorno balla e segue il ritmo. Il concerto dura ancora per circa mezz’ora, prima che il bimbo venga messo a nanna dentro una Bmw ed i ragazzi smettano di suonare. Pian piano torniamo verso il tram. Il tempo di raccogliere qualche collana, tirata giù dai balconi di Bourbon Street e siamo sul trolley diretti verso il B&B.

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