Le lucine

Lo schermo del computer presentava due pallini verdi e due rossi. Non era un vero e proprio monitor, piuttosto un’olografia in cui erano visualizzati i dati richiesti. D’altronde quelli che lo guardavano, non erano veri e propri occhi, ma proiezioni virtuali di organi sensoriali. L’astronave, fatta di non materia e quindi invisibile ai radar terrestri, orbitava vicinissima al nostro pianeta. Solo qualche milione di chilometri di distanza.

La loro evoluzione era durata milioni di anni, durante i quali si erano progressivamente distaccati dal proprio corpo, fino a diventare puro spirito. Il corpo veniva messo a giacere subito dopo la nascita e solo lo spirito, l’anima della persona, si sarebbe mosso, sarebbe cresciuto abbattendo le barriere temporali ed usurando molto meno il corpo.
Con il tempo, la storia e tante generazioni, avevano imparato a gestire e sopprimere odio, rabbia ed indifferenza, riportando ogni contrasto ed ogni domanda al dialogo, alla comprensione ed al  compromesso.

C’erano voluti centinaia di migliaia di anni, ma alla fine il distacco fra mente e corpo era avvenuto ed aveva aperto la porta a nuove dimensioni di rapporti e viaggi.
Solo dopo avevano scoperto che odio, rabbia ed indifferenza generavano tanta energia, quanta serviva per tenere accesi tutti i loro computer e le loro reti di comunicazione.
Erano quindi partiti verso l’universo più profondo, alla ricerca di mondi ancora non sviluppati ed in grado perciò di creare e coltivare enormi quantità di odio.

Da circa duecento anni avevano trovato questo piccolo pianeta, la Terra. La specie che dominava il pianeta era così arretrata, da essersi dimostrata da subito un’inesauribile giacimento di energia. Odio, violenza, rabbia, indifferenza formavano una catena senza fine.
Non avevano dovuto far altro che circuire le piccole menti degli abitanti per costruire degli accumulatori di energia a cui potersi collegare semplicemente.
Negli anni si erano moltiplicate sul pianeta le costruzioni stravaganti, che i semplici e limitati abitanti del pianeta Terra avevano inquadrato come “tendenze architettoniche”, ed invece non erano altro che antenne ed accumulatori.
Prima erano poche, enormi e visibili costruzioni, poi si era preferito fare molte costruzioni per fare in modo che cosí tanta energia non andasse dispersa.

Adesso avevano finalmente inquadrato i quattro sensori della stazione di carico in una città di una nazione a forma di stivale.
Erano bianchi, luminosi nella notte. La costruzione, sorgeva di fronte ad un’area piena di prati ed alberi. Al primo piano avevano fatto costruire la zona di atterraggio.
Finalmente i quattro sensori diventarono verdi. La partenza della navicella di non-materia fu immediata. Percorse in pochi secondi lo spazio fra l’astronave e la terra, per infilarsi nell’anfratto. In un attimo caricò tanta di quell’energia da tenere accesi tutti gli apparati per un tempo lunghissimo. I terrestri avevano odiato, portato rancore ed usato indifferenza come non succedeva da tempo.
In un lampo la navicella fece ritorno verso l’astronave assieme ad altre quattro che provenivano da altre stazioni di energia vicine.
Su di un altro schermo del computer si compose pian piano la lunga lista delle navicelle che facevano ritorno alle loro astronavi.
Era stata una nottata proficua. Gli uomini erano stati bravi. Con le loro botte di odio, rabbia, ignoranza, avrebbero avuto energia per un lungo periodo.

Nell’estate del ’98 venimmo ad abitare in questa casa. Era tanto diversa lei ed eravamo molto diversi noi. Era una casa in periferia, a pochi metri dal cartello che dice che Torino è finita. Attorno fabbriche, prati e parecchie strade ancora sterrate. Tutto aveva un suo fascino particolare. Nonostante il secondo piano, affacciarsi al balcone era uno spettacolo meraviglioso, di cui potevamo godere senza bisogno di pagare il biglietto e nemmeno di infilarsi le scarpe. Da destra a sinistra le montagne ti contenevano in un abbraccio quasi materno. Pian piano alti palazzi hanno preso il posto di vecchie fabbriche, prati ed orti. Le montagne sono diventate più piccole. Finché nel 2013 un palazzo di sei piani, proprio davanti alle nostre finestre, ci ha tolto la luce, trasformando quella che era diventata ormai una triste periferia-dormitorio in una triste periferia-dormitorio di merda. Come un presagio, da quando questo palazzo ci ha obbligato ad accendere le luci in casa, anche la nostra vita ha subito molti scossoni, obbligandoci spesso ad accendere velocemente tante lampadine  pure sui nostri giorni per non smarrirsi.
Di quel palazzo mi colpiscono alcune luci sui vasi in un balcone del quarto piano. L’appartamento sembra disabitato. Mai una serranda alzata, mai un oggetto fuori posto. Solo queste piccole luci che ogni sera si accendono imperterrite per spegnersi da sole al mattino.

Mi colpisce ancora una curiosa specie di galleria al primo piano, di fianco ad un appartamento. Spero che la rabbia, la tristezza, l’indifferenza che per lunghi giorni ci hanno fatto compagnia in questi ultimi anni, siano servite almeno a qualcuno dall’altra parte dell’universo.

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