Avevo sedici anni quando Vecchioni pubblicò “Hollywood Hollywood”. Ero un adolescente alto, sgraziato, brufoloso, introverso e pieno di complessi. Oggi non ho più l’acne. Passavo i pomeriggi con libri, quaderni e Radio Settimo. Dalle 15 alle 17 c’era un programma di sola musica di cantautori, una vera rarità dentro il magma di Self Control e I like Chopin che avrebbe annientato la musica italiana per un decennio.
Vecchioni mi faceva sognare. Avevo appena imparato a conoscere i dischi precedenti, forse i suoi più belli ed ispirati. Soldi per i concerti non ne avevo, lui appariva pochissimo alla televisione. Mi ricordo un suo mini-concerto in un programma della domenica pomeriggio.
Dentro agli occhi è l’insieme di sensazioni, immagini, pensieri che vien fuori guardando il tempo che passa, cercando di fermare delle istantanee, come se i nostri occhi fossero delle Polaroid che scattano a comando. Poi, bastardi, fotografano anche in piena autonomia, senza darti retta e ti presentano le immagini di te più vere, meno costruite. Capita in genere quando si è stanchi, quando si fanno i bilanci e si tirano le somme.
Quando quelle immagini sfuocate, inaspettate arrivano davanti agli occhi, la tenerezza, il ricordo ed un po’ di rimpianto, ci fanno sentire ancor più vecchi e vulnerabili.
Nei giorni scorsi mi son fermato qualche minuto con Gabriella a guardare vecchie foto della “famiglia dell’ufficio”. Un gruppo di facce, sguardi e storie con cui divido giorni e pensieri da più di dieci anni. Lavoro, pranzi e parole in ufficio, mensa, per strada.
In tutti questi anni siamo cresciuti, tanti si sono sposati, hanno dei figli. Aldo non c’è più.
Sono foto scattate nel periodo delle Olimpiadi, o poco prima. A prima vista sono stati i capelli scuri e le facce prive di rughe a colpirmi. Qualcuno ha i capelli grigi, altri non ce li hanno proprio più. C’è chi adesso ha una barba folta.
Tuttavia ancora qualcosa non tornava. Poi Gabriella, con la solita splendida immediatezza mi ha detto: “Guarda come eravamo felici. Guarda gli occhi”.
Sì. Gabriella aveva trovato la chiave. Avevamo la felicità negli occhi. Quella luce che i pixel, così come prima la carta fotografica, è in grado di cogliere.
La felicità di avere quasi tutto per possibilità. La felicità di avere tempo. La felicità di poter dedicare i giorni .a vivere e non a sopravvivere. La felicità di chi è stato graffiato solo in parte dalla vita. La felicità di vivere il proprio tempo.
Non potendo avere indietro quegli anni, vorrei un photoshop speciale, per poter ritornare ad avere quella luce ed a vederla negli occhi degli altri. Calda, caldissima, preziosa.