Just kids

Certo che quando a Torino fa caldo, fa veramente caldo. Che città disgraziata. Fredda, umida, con il gelo che ti entra nelle vene di inverno. Calda, soffocante, con il sudore che ricopre ogni centimetro della pelle, d’estate.
Le avvolgibili avevano tenuto fuori di casa il sole ed il calore. La stanza da letto, nella corrente del dopo pranzo, sembrava quasi fresca. Restando immobili nel letto, si aveva la sensazione di aver vinto la battaglia contro la calura rabbiosa del pomeriggio di luglio.

Anche i tre gatti erano chiusi dentro la stanza. Erano saliti sul letto per strappare qualche carezza ed ancora un po’ di affetto, ma alla fine il caldo aveva avuto la meglio, ed ora stavano stesi, spaparanzati sul pavimento fresco.

Le piacevano quei momenti. Sua figlia, ormai da qualche anno era fuori casa. Suo figlio a lavorare e lui era nella rimessa. Anche dopo la pensione, non era stato capace di rimanere in casa. Alto, grande, grosso, degli enormi baffi ormai bianchi, la sua sagoma contrastava violentemente con la  figura di lei, minuta e discreta.

Nella penombra della stanza, ogni pomeriggio  poteva perdersi nei pensieri e nei sogni. Annullare il tempo, giocare con lo spazio  ed i giorni vissuti, per cucirsi addosso la vita che poteva essere e non era stata.

Quei giorni di tanti anni fa, in cui incontrò quel personaggio strano che amava giocare con i colori e la materia.
Si era ritrovata seduta, circondata di tubetti di colore, telai e con l’odore acre del solvente e della vernice che la circondava.
Lui con i pennelli ed una tavola di legno impiastricciata di colori, intento a darle forma su di una tela. Ad ogni pennellata, i suoi occhi ed il suo viso apparivano con tutta la loro carica di energia e di vita.

Presto si era trovata in piedi, nuda. Di fronte a lei uno scheletro di fili di ferro intrecciati, ricoperto di bende imbevute di gesso a cui veniva poi sovrapposto dell’altro materiale, fino a ricreare una nuova proiezione del suo corpo.
Era innamorata dell’arte, così come era innamorata delle capacità di quel buffo personaggio di creare dal nulla soffi di vita,  creature fatte di sensazioni e sentimenti.

Londra, Berlino, Vienna, New York,  Beirut. Conosceva l’odore delle stanze di albergo di ogni città. Il lavoro, gli incontri, le mostre li portavano da una parte all’altra del mondo, senza sosta. I loro sogni ed i loro pensieri prendevano corpo in una scultura, o fra le pennellate su  una tela, oppure in  spettacoli teatrali che portavano in giro per le case del Village a Manhattan, dove erano conosciuti da tutti.

Poi andò in mille pezzi. Dopo l’ultima rappresentazione  in un sotto tetto di Bleecker Street, quel bicchiere di troppo era stato fatale. Non aveva visto quella Mustang che era sbucata all’improvviso. Lui si trovò a volare sopra il cofano per poi sfondare il parabrezza. Pensò a lei, prima che si spegnesse la luce e si ritrovasse in un angolo ad osservare il suo corpo accartocciato sull’asfalto.

Lei vide tutto. Suo padre venne a prenderla dopo pochi giorni e presto si ritrovò di nuovo nella grigia periferia torinese.
La vita l’aveva riportata  indietro e lei non era stata capace di opporsi. Si era trovata avvolta in un’esistenza che non le apparteneva più e da cui era stata incapace di difendersi.
Le lunghe giornate passate da sola nella piccola casa di periferia a guardare crescere i figli, mettendo insieme il pranzo con la cena.

I sogni fecero irruzione nuovamente nella sua vita. Questa volta sotto forma di ricordi e rimpianti dolorosi che si accanivano su di lei, mordendole furiosamente l’anima e lasciando il bruciore intenso della carne viva.

Allora si avvicinava alla bottiglia. Un sorso dietro l’altro per annegare i ricordi ed il senso di colpa per quanto stava facendo. Sapeva che era sbagliato, ma la sensazione di liberazione quando l’angoscia e lo stretto nodo in gola  si scioglievano man mano che l’alcool scendeva, era impagabile.
Mentre perdeva lentamente i sensi, le sembrava di atterrare in un mondo in cui il peso del passato non esisteva più ed i ricordi avevano perso i denti con cui le straziavano la carne.

Poi i figli erano cresciuti. Lui era invecchiato dentro al camion. La cabina lo proteggeva. E fra un viaggio e l’altro, non si era reso conto dei demoni che abitavano in casa sua ed anche di come se ne fossero poi andati via.

Quando, dopo qualche anno, le proposero di vendere la piccola casa per raderla al suolo e costruire un condominio in cambio di un appartamento, non le sembrò vero.
Stette sul marciapiede tutta la giornata, mentre una ruspa abbatteva violentemente i muri della casa. Con un sorriso, si rese conto che, insieme al cemento armato, alla polvere ed ai tondini di acciaio, quel camion portava in discarica tutto il suo dolore, i suoi rimpianti ed i suoi demoni. Ma non i suoi ricordi.

Guardò i gatti acciambellati al fresco. Sulla rivista appoggiata sul letto, le sembrò di aver visto una foto della facciata del Chelsea Hotel. Il titolo spiegava che un uomo ricco, romantico voleva farne un museo. Si ricordò quando in un corridoio incontrò per l’ultima volta Patti e Robert. Just kids. Erano anni che non le veniva più in mente una parola di inglese. Sorrise, mentre un filo di aria fresca le entrò nel naso e nella bocca, dandole sollievo. E si addormentò, come ogni pomeriggio.

Fino a qualche anno fa, di fronte a casa c’era una piccola casetta bassa. Una donna, due ragazzi, cani, gatti. In estate alla domenica il barbecue nel cortile, con gli uomini che si alternavano al fuoco ed alla cottura della carne. Gli altri giorni lei li passava alla finestra. La sigaretta in bocca, un gatto che ogni tanto faceva capolino. Un giorno uguale all’altro.

Il dolore per un periodo era diventato irrefrenabile. Per tenerlo a bada forse usò l’alcool, forse i farmaci, forse tutte e due le cose insieme. Di certo tracimò come un fiume in piena, urlando e piangendo spesso in strada.

Dalle finestre, In questi anni ho  visto la tristezza. Mi è sembrato di vedere qualcuno che passa per caso e quando si accorge che quella che sta vivendo non è la sua vita, urla in tutte le maniere la sua rabbia.
Ho voluto regalarle una vita dolce, appagante, almeno per avere un rimpianto. Di questi tempi, un lusso.

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