“Qui è dove sono nato e qui morirò”. Padania non è soltanto l’invenzione di qualche professionista del rutto, che per garantire la pensione a tutta la sua famiglia ha fatto confluire sull’inesistente le paure e la rabbia dei poveri di spirito di mezza Italia.
Padania è il titolo di un disco degli Afterhours. Uno dei pochi da salvare nella discografia italiana di questo decennio. E’ la descrizione di un non-posto. E’ un inno alla perdita della nostra identità, alla difficoltà di sapere chi siamo, alla fottuta voglia di non sapere chi siamo. Che è poi l’origine di gran parte della rabbia, del rancore, della violenza che riempiono ogni interstizio, anche il più piccolo, della nostra vita.
Nel febbraio di due anni fa, andammo a sentire gli After in teatro. Pensavo fosse un concerto acustico. Il concerto cominciò con Manuel che, arrivando dal fondo della platea, si avvicinava al palco salmodiando “Io so chi sono”, uno dei brani più belli del disco.
Quando raggiunse sul palco la band, incominciarono due ore e mezza di energia e rock che mi lasciò senza fiato. Con il groppo in gola in molti momenti ed un acufene per parecchi giorni, tanti furono i watt scaricati in sala.
Recentemente ho sentito una versione acustica di Padania, canzone che, a chi è cresciuto nel grigio del cemento, nel rumore delle fabbriche e nel freddo pungente ed insopportabile delle città del nord, non può non smuovere sentimenti, sensazioni, ricordi e far ingoiare qualche lacrima.
Ho avuto tante fortune inaspettate. Fra tutte, quella di avere la possibilità di viaggiare, quella di avere la voglia di viaggiare. E poi quella, più grande, di avere accanto chi ha le stesse voglie e gli stessi desideri.
Ho visto posti che mai avrei pensato di visitare e di conoscere. Cieli e colori così intensi e violenti da stordire. Vento, oceani, deserti. Ho sentito i versi di tanti animali, le lingue più diverse. Ho imparato ad ascoltare il frastuono delle grandi città ed i silenzi più profondi che la natura riesce ad offrire.
Eppure credo che questo sia il mio posto. In qualche maniera, il grigio decadente dell’asfalto della città fa parte di me. Non è amore, anzi. E’ odio profondo. Mai come in questo momento detesto il cielo marrone e grigio che mi sovrasta anche nei pochi giorni in cui c’è il sole. Vedo la mia città pian piano consumarsi, come una di quelle piante dimenticate in un angolo del balcone. Una di quelle che dimentichi sempre di innaffiare. Vedo i capannoni abbandonati guardare con gli occhi sbarrati il tempo che passa inutilmente. Vedo le case del centro conservate ed abbellite. Come la faccia truccata di una vecchia signora decadente, che cerca di nascondere con la cipria le rughe che le stanno consumando il viso. Vedo le case di periferia sgretolarsi pian piano, come l’identità e la dignità delle persone che le abitano.
Sento di essere incollato a questi luoghi e di fare fatica nel pensarmi lontano da questo, nonostante tutto. Come in un sogno di quelli che riempiono la testa e ti fanno svegliare con la sensazione di viverlo ancora, cerco di andare via, ma mi ritrovo sempre qui, in questa città che si sta consumando, fra i miei luoghi dell’infanzia che non ci sono più, fra gli occhi rassegnati e paurosi delle persone ed i loro pensieri sempre più frenetici e sempre più difficili da afferrare. per lo meno da me.
“Ha ancora senso battersi contro un demone, quando la dittatura è dentro di te?” Forse sì. E’ faticoso e qualche graffio lo lascia. Meglio che guardare cadere inutilmente le pagine del calendario.