E’ il 1992 quando i REM pubblicano “Automatic for the people”. Appena l’anno prima avevano fatto il grande salto, da band apprezzata nell’ambiente e dalla critica al grande successo mondiale. “Out of time”, trascinato da “Loosing my religion”, di botto aveva venduto 18 milioni di copie. Al contrario dei Nirvana che furono schiacciati dal successo commerciale, i REM continuano imperterriti per la loro strada, macinando rock, dischi, concerti e soldi. Tanti. Nel 2011 si trovano stanchi ed affaticati dal proprio lavoro. Prima di diventare una triste tribute band di loro stessi, come capita a tanti gruppi, si sciolgono e vanno ognuno per la propria strada.
Il primo singolo di “Automatic for the people” è “Man on the moon”, dedicata ad Andy Kaufman. Stralunato, difficile da definire e da collocare. Forse musicista, forse attore, giocò con il pubblico fino alla fine, provocandolo a più riprese, tirandolo dentro il suo mondo di finzione, sberleffi e sogni.
La canzone è dolce, bella, sognante. La voce di Michael Stipe insegue la chitarra di Peter Buck per accompagnare chi l’ascolta nel mondo stralunato di Kaufman.
Ispirandosi proprio a questa canzone, pochi anni dopo Milos Forman fece un film diventato leggendario con Jim Carrey, che aveva per titolo proprio “Man on the moon”.
A me i REM piacciono molto. È stata la band che mi ha fatto definitivamente innamorare del rock. I due dischi, Out of time e Automatic for the people sono fra le cose più belle arrivate dagli Stati Uniti negli anni ’90.
In questi giorni ho letto che è morto Eugene Cernan. Chi fosse non lo sapevo. Poi ho scoperto che è stato l’ultimo uomo a camminare sulla luna nel 1972. E la testa è partita verso quel periodo. L’incubo nucleare e la guerra fredda. I missili puntati, le minacce, le cartine geografiche con i missili bianchi, quelli buoni, ed i missili rossi, quelli cattivi. La guerra del Vietnam, gli attentati in Palestina, L’apartheid in Sud Africa e le bombe in Irlanda, Spagna ed Italia.
Eppure. Allora era possibile viaggiare in quasi tutti i paesi del mondo senza paura. Ad ogni strada di confine dell’Italia c’era una garitta per il controllo dei documenti, ma potevi passare senza che il colore della pelle fosse un ostacolo. L’unico deterrente ai viaggi era il costo. Lingue, religioni, abitudini diverse, più che un ostacolo erano uno stimolo a conoscere gli altri.
L’uomo andava sulla luna e sognava. Sognava di abitare sulla luna, di andare su Marte. Si chiedeva come andare ancora più lontano. Non erano pochi scienziati a chiederselo, ma le persone che sognavano di scoprire nuovi mondi. Si parlava degli astronauti come i nuovi Cristoforo Colombo, o Vasco de Gama che si mettevano in viaggio verso qualcosa di nuovo e sconosciuto.
Poi è arrivato il denaro. Le persone sono diventate “la gente”. Si è deciso che, non essendoci alcuna convenienza economica, alcun profitto, non era più il caso di andare nello spazio. Di non camminare più sulla luna. Di non immaginare più il cielo su di un altro pianeta. Il denaro ci ha fatto smettere di sognare.
Sui nostri sogni è comparso il cartellino del prezzo. Sulla voglia di conoscere, di sapere, di incontrare è comparso il cartellino del prezzo.
Quando uno sciagurato ha deciso che ogni azione dovesse avere un tornaconto in denaro, ci si è accorti che i sogni non producevano nessuna banconota.
I sogni sono diventati talmente lontani da noi, dal nostro modo di pensare e di intendere la vita, che “If you believed they put a man on the moon”. Molti hanno cominciato a pensare che l’uomo sulla luna sia stato una messa in scena, una truffa. E se anche fosse?
Ecco, la morte di quest’uomo è stato l’epitaffio dei sogni di tante persone. Di chi non si chiede “quanto costa?”, oppure “Ma a me, che ne viene in tasca?”, od anche “E che me ne importa?”. Quindi, tutto sommato poche.