La stanza del figlio

È cominciato un nuovo anno scolastico sempre con i vecchi problemi. L’insegnante di sostegno che ha accompagnato Shahao nei primi due anni di scuola media, è stata messa fuori gioco dell’algoritmo del ministero. Poco importa che ormai conoscesse Shahao e potesse quindi presentare agli altri insegnanti i suoi pregi, le sue tante difficoltà e conoscesse alla perfezione il suo modo di stare a scuola, imparare, dimenticare, attirare l’attenzione, non ascoltare.

Bisogna ricominciare tutto da capo. La sindrome, gli esami, i terapisti, i problemi, i quaderni, gli ausili. Tanto si sa che il problema per i disabili in Italia è Venditti che urla dietro ad una persona ad un concerto, senza per altro vedere chi sia. Quella mezz’ora di indignazione per sciacquarsi la coscienza e poi via a fottersene come al solito.

E allora spiega che Shahao ha terapie quasi tutti i giorni, quindi i compiti verrebbero affrontati la sera tardi, quando la sua attenzione si è ormai persa, perciò è meglio non darne. Spiega che le comunicazioni devono avvenire per scritto sul diario, perché Shahao è inaffidabile, si dimentica, ti dice quello che vuole. Spiega che non bisogna mai dare per acquisito alcun concetto, perché la memoria di Shahao è coperta di sapone e lascia scivolare tutto.

L’inizio della scuola ci ha obbligato però a fare qualcosa che rimandavamo da tempo, perché sapevamo che non era indolore. Bisognava fare spazio posto ai quaderni, alla nuova riserva di cancelleria. Abbiamo aperto gli armadi della sua camera e oltre alle solite lattine di Coca-Cola vuote, agli incarti di caramelle, cioccolato, salumi, sono venuti fuori tutti i libri, i giochi, gli strumenti che gli avevamo comprato, spesso dietro suggerimento dei diversi terapeuti, per aiutarlo a crescere, a svilupparsi. Sono venute fuori tutte le volte in cui abbiamo detto che, “adesso no, ma fra qualche tempo, quando avrà recuperato e sarà a livello degli altri, chissà come ci divertiremo”.

Le scatole erano, per la maggior parte, nuove. Aperte una volta, poi messe là, ad aspettare momenti migliori, che non sono mai arrivati. Abbiamo messo tutto in qualche borsa, per altri bambini che li useranno per crescere, ridere giocare.

Insieme alle scatole, abbiamo messo via tutti i nostri sogni, i pensieri, le notti passate a pensare cosa fare per lui, i giorni trascorsi a cercare di cogliere il più piccolo miglioramento, per continuare ostinatamente a proseguire nella rincorsa verso una normalità che non è mai arrivata, ne mai arriverà.

Abbiamo chiuso, forse, il cerchio aperto ormai sei anni fa proprio in questi giorni, quando ci comunicarono la disabilità di Shahao. La sensazione è stata quella di seppellire definitivamente un ideale di figlio, ragazzo, uomo che non sarà mai, per affrontare una vita che non era stata proprio messa in conto.

Dopo aver elaborato questo pesante lutto, ci potremo buttare ancora di più nella nostra vita di genitori di un bambino disabile, che frequentano solo bambini disabili e lottano ogni giorno perché siano riservati a lui e a noi diritti e non pelosa carità cattolica.

L’altro giorno, mentre aspettavo l’uscita di Shahao dalla scuola, mi ha salutato la mamma di una ex compagna di classe delle elementari di Shahao. Una persona buona, che incontro da tanti anni.Le ho detto che era cambiata l’insegnante di sostegno. Lei mi ha risposto che, sí, erano cambiati molti insegnanti anche a sua figlia e poi forse era meglio così per Shahao. Ho pensato che cosa ne potesse sapere lei. Sua figlia è uno sgorbio, non è disabile. Poi mi ha detto che non conta niente. L’importante è che noi gli vogliamo sempre tanto bene e a lui questo basta. Ecco, che siano solo ed esclusivamente cazzi nostri, questo l’avevo già capito. Anche in fretta.


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