La fermata

Non si ricordava più che ora fosse. Per la verità non si ricordava nemmeno quando era stata l’ultima volta che si era trovato per strada a quel punto della notte. Comunque domani avrebbe potuto prendersela comoda, senza ricevere il solito carico di angoscia dal suono della sveglia.

Gli spilli del freddo si infilavano sotto la pelle del viso. Li sentiva vivi, quasi dolorosi soprattutto intorno agli occhi.
Con le spalle strette e le mani in tasca, metteva velocemente un piede dietro l’altro sul marciapiede sporco e spaccato dall’erba, proprio intorno al parco.

Lo conosceva bene. Fino a qualche anno prima era stato un enorme campo, che i trattori e gli altri mezzi dell’università  curavano con attenzione.
Aveva sempre visto una distesa di spighe che gli dava il buon umore ed il senso di pace necessari per vivere in quella periferia squallida e poco accogliente.

Da qualche anno era diventato un parco. L’essere terra di confine fra tre comuni,  aveva scongiurato  l’invasione dei palazzi. I tre, quattro pilastri in cemento che  spuntavano in mezzo al campo erano stati divelti e le scadenze elettorali ravvicinate, avevano fatto spuntare panchine, scivoli, tavoli da ping pong, perfino un chiosco dei gelati.

Di notte, la luce dei lampioni dava al parco ed al viale un’aria strana, proiettandolo quasi fuori dal tempo. Con tutte le finestre grondanti di riposo e di sonno, l’illuminazione al centro del viale e poco dentro ai giardini, segnava la strada verso casa, da percorrere a testa bassa per proteggere il viso dal freddo.

L’unico a tenergli compagnia era il silenzio, rotto solo dal rumore di qualche macchina lontana.
D’improvviso ebbe la sensazione che la luce si smorzasse, come se una mano avesse coperto il lampione sotto cui stava passando. Alzò la testa e non riuscì più a distinguere il punto della strada in cui si trovava in quel momento. Erano spariti i lampioni, non c’erano più le panchine colorate, perfino l’asfalto rotto del marciapiede si era trasformato in una strada piena di ciottoli e di terra.

Il silenzio era rotto dall’acqua di una roggia che, ingrossata dalla pioggia degli ultimi giorni di inverno, scorreva di fianco. Non aveva mai visto in tanti anni quel corso d’acqua.
Da lontano arrivava il suono di un temporale che, fuori stagione, probabilmente stava bastonando il paese. Man mano che il rumore si avvicinava, diventava più netto e limpido, trasformandosi in quello di un motore a scoppio.

Riuscì ad intravvederlo in lontananza. I fari, smorzati e stanchi, precedevano una enorme nuvola di polvere. Era un vecchio pullman, di quelli degli anni ’50 che ancora vedeva in circolazione quando era bambino.
Si fermò ad un lato della strada, più per non rischiare di essere investito, che per aspettare e vedere da vicino il vecchio bus.

Arrivato di fronte a lui, il pullman si fermò. I pistoni idraulici fecero aprire rumorosamente la porta anteriore di legno. Si trovò davanti lo sguardo stanco e gli occhi segnati dell’autista, imbacuccato in un cappotto scuro. L’uomo gli fece cenno di salire.

I sedili di legno erano tutti occupati. Qualcuno fissò i suoi scarponi, mentre una donna gli sorrise, indicando con la fotografia che aveva in mano il posto vuoto vicino a se.
Tutte le persone attorno stringevano chi una, chi più fotografie.

I pistoni chiusero bruscamente e rumorosamente le porte, mentre il pullman ricominciò la sua strada. Dai finestrini, nel buio della notte le case erano scomparse, sostituite da prati che si estendevano a perdita d’occhio. Perfino il cavalcavia che percorreva quasi tutti i giorni in automobile non c’era più. Il pullman passò rumorosamente sui binari della ferrovia.

Non ci fu bisogno di fare domande. La donna cominciò a parlare. Il pullman stava percorrendo la stessa strada che molti anni prima avevano percorso tutti i pochi abitanti di Collegno e Grugliasco.
Erano gli ultimi giorni di Aprile del 1945. Torino era insorta e dopo due giorni di combattimento, i partigiani avevano cacciato i tedeschi ed i fascisti irriducibili che non si erano arresi. La città era di nuovo libera. La famigerata 34 Panzer Division del generale Schlemmer, che nella ritirata dalla Liguria aveva già lasciato una scia di sangue e stragi, fu attaccata dai partigiani in prossimità dei due comuni. La risposta dei nazisti fu rabbiosa. 68 uomini, donne e bambini furono trucidati in diversi luoghi. Per 2 giorni le camicie nere ed i tedeschi torturarono ed ammazzarono, trasformando questi luoghi, già presi a morsi dalla guerra, in una tomba a cielo aperto.

“Avevamo tutti almeno un morto da piangere. Un volto sfigurato da riconoscere. Un rimpianto da portare dentro a consumarci fino alla morte”. Le lacrime cominciarono a scendere lentamente sul volto della donna.
“Pochi dei morti erano partigiani. Ancora meno avevano mai usato una pistola. Molti erano usciti di casa per vedere cosa stava succedendo. Altri per andare a lavorare e guadagnare qualche soldo, o qualcosa da mangiare. Qualcuno per andare a cercare un amico, un figlio, un genitore che non era tornato a casa”.

“I fascisti li presero e li picchiarono. I tedeschi li ammazzarono. Non avevamo più il legno per fare le casse da morto”. Guardò la fotografia che aveva in mano. Era un ritratto di quelli che venivano fatti in quegli anni, quando viaggiare era cosa da ricchi e la gente lontana  spediva le fotografie per farsi riconoscere dalla famiglia.
“Dovevamo sposarci, ma la guerra fermò tutto. Gli chiesi di non andare coi partigiani, di sopportare, che tutto sarebbe finito. Lui allora alzò le spalle per tutta la guerra. E quanto gli costò”. Gli occhi svuotati, carichi di tristezza e sofferenza, erano ormai asciutti.
“Uscì la sera per cercare suo padre che era andato a vedere quel che stava succedendo. Lo rividi la sera dopo. Il suo bel viso gonfio e pieno di lividi. Gli occhi aperti sulla paura. Un buco nella tempia, vicino all’orecchio”.

Il pullman era arrivato vicino alla cappella votiva che anche lui aveva notato tante volte passando in macchina. Al posto dei piccoli condomini, del viale e dei giardini pieni di bambini, c’erano i prati. Vicino alla cappella una buca. Tanti corpi. Odore di morte.

La donna continuò: “Due giorni dopo ci fu la vendetta. Trenta fascisti vennero ammazzati e con loro la rabbia per quello che era successo e più di venti anni di violenza, botte, torture, furti ed ingiustizia. Se ripenso a quei giorni non so se fu giusto. Molti andarono a vedere ed a sparare. Io no. Ero stufa della morte, del suo gusto rancido e del suo bastardo odore.” I suoi occhi si fermarono su di un cappello abbandonato sul terreno vicino ai morti.

“Tre anni fa è morto l’ultimo superstite, e con lui il ricordo dei nostri morti. Subito dopo sono stati ricordati i morti fascisti e qualcuno parlò di celebrarli”.
Si fermò, raccogliendo il cappello. “I morti sono tutti uguali. Ma prima di essere morti, sono state persone. Uomini. Qualcuno decise di stare con la libertà, qualcuno con la distruzione e la bestia nazista. E questo non si cancella. Per questo, da tre anni, ogni sera rifacciamo la strada che facemmo allora per andare a chiudere gli occhi ai nostri morti. Per la strada raccogliamo chi incontriamo e cerchiamo di non far morire un’altra volta i nostri padri, figli, amanti.”

Salirono tutti sul vecchio autobus che ripartì immediatamente. Lei lo sfiorò. Gli occhi adesso avevano il colore della dolcezza, del ricordo e della speranza. Si girò verso di lui: “Racconta quello che hai visto. Anzi, racconta quello che hai sentito. Ma non quel che hanno sentito le orecchie, ma quello  che ha sentito il tuo cuore”.

Scese dal pullman, che si allontanò rombando. Come scomparve all’orizzonte, attorno ricomparvero gli alberi, i lampioni, i giochi dei bambini ed i palazzi. Di fronte a lui il cavalcavia dominava la ferrovia ed il parco.

Arrivò a casa stanco. Chiuse la porta sulla notte e sul freddo umido e pungente. Ripose le chiavi nel solito cassetto. Infilando la mano in tasca, trovò una vecchia fotografia. Era il ritratto che aveva visto poco tempo prima sul vecchio bus. Dietro, poche parole: “Per favore. Ricordami”.

Soprattutto in estate, quando le finestre sono aperte ed aspettiamo il sonno in terrazzo, sfidando la calura, arriva alle orecchie il rombo del pullman che passa veloce intorno al parco. E’ la linea 64, la stessa che per una vita ho visto passare nei dintorni della mia vecchia casa in Borgo San Paolo. Accanto al numero della linea, stava sempre il riferimento del capolinea, un nome esotico che sapeva di strade lontane: “Viale Radich”.
E’ il viale che costeggia il parco ed in cui il pullman si ferma stanco ed accaldato per aver attraversato tutta la città.

La strage di Collegno e Grugliasco fa parte della storia d’Italia. Dopo il 25 Aprile, dopo la sconfitta, dopo che i tedeschi ed i fascisti furono scacciati da Torino, il famigerato battaglione del generale Schlemmer, aiutato dai fascisti mise a ferro e fuoco i due, allora, piccoli paesi. Furono 68 i morti, tutti civili.
Il battaglione si consegnò al comando alleato di Venaria ed il delinquente Schlemmer morì serenamente nel suo letto, nel 1973.

Subito dopo la strage, la rabbia della popolazione si sfogò su trenta prigionieri fascisti. Senza la paura della violenza del regime, senza la paura delle rappresaglie naziste, i 30 fascisti furono passati per le armi, prima che il CLN prendesse il controllo del territorio.

I partigiani stanno morendo uno per uno. Ormai sono pochi, vecchi, eroici a portare la loro testimonianza. I fascisti, i figli dei fascisti, i nipoti dei fascisti, violentemente riscrivono la storia, perdendo velocemente la vergogna per quel che sono stati e sono ancora oggi.

Credo che anche quando gli ultimi partigiani saranno morti dovranno essere i  ricordi a far vivere le idee e le parole che hanno permesso a tutti di vivere, nascondendo bene la vergogna.

 

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