Venditti la scrisse da ragazzo. Era grasso, infelice e con due genitori molto ingombranti. Osservando il palazzo di fronte alla sua finestra, si immaginò Roma, le cupole, le fontane, le carrozzelle.
Scrisse la canzone e poi la infilò dentro ad un cassetto, perché se ne vergognava.
Qualche tempo dopo si ritrovò con un suo amico spilungone, barbuto e stralunato che suonava la chitarra ad incidere un disco che vendette poco o nulla, e tirò fuori dal cassetto quella canzone.
Il disco era Theorius Campus ed il lungagnone si chiamava Francesco De Gregori. Da quel disco fu tratto un 45 giri, “Ciao uomo” che, come lato B, aveva proprio “Roma capoccia”.
Negli anni, “Roma capoccia” è cresciuta. Oltre ad essere una delle canzoni più conosciute e famose e belle dei quarant’anni abbondanti di musica di Venditti, è diventata un vero e proprio manifesto della città, una di quelle canzoni che meglio descrivono una Roma che forse non esiste nemmeno più.
E’ inutile stare a pensare. Roma è la più bella città del mondo. Trasuda storia, vita, sentimenti. Un muro di Roma ha più umanità, amore, malinconia e dolcezza di una città intera. Il tempo e le vite che hanno camminato per quelle strade, ti guardano ironici ed affettuosi da ogni pietra, venendoti incontro con il loro calore e la loro cantilena.
Eppure la trattiamo male. Mai come adesso, Roma viene presa a calci da chi la dovrebbe curare ed alimentare come si fa con i sogni di un bambino. La quantità di cattiveria becera, di violenza ed ignoranza che viene vomitata su Roma la trasformano in un angolo sporco e malsano.
Per completare la sensazione, anche nel mio pensiero oggi Roma è sofferenza. Due amici, due anime con cui ho fatto un bel pezzo di strada insieme e con cui sono in cammino adesso, hanno le loro giornate inzuppate fradice di dolore, paura, stanchezza.
La paura per il minuto che verrà, per le parole, per i suoni che saranno. La voglia e la paura che finisca tutto.
Mai come in questo momento ho la certezza che le parole non servano a nulla, se non a tenere lontana la paura per la sofferenza ed a giustificare la coscienza di chi, come me, sa di non potere fare niente per cambiare la situazione, farvi stare meglio, togliervi l’ombra dagli occhi, la tristezza dalla voce, il nodo dalla gola.
Ivano, Fabrizio, per me il dolore oggi ha la forma delle cupole di Roma, l’odore acre delle strade, il rumore degli zoccoli dei cavalli sui sampietrini, la cantilena malinconica del romanesco.
Se il mio pensiero potesse viaggiare, starebbe cento metri davanti ad ogni Frecciarossa per fare tutta la strada in un lampo e stare almeno un momento con voi.