
Il mondo dei disabili è fatto di acronimi. Acronimi per abbreviare diciture molto lunghe, per nascondere parole ostili in lingua inglese, o per nascondere e basta, perché la disabilità, l’handicap, i ritardi cognitivi rappresentano qualcosa di sporco, vergognoso, da non far mai vedere.
PEI è uno dei primi acronimi che i genitori di un bambino disabile incontrano affrontando la scuola. Sta per “Piano Educativo Individualizzato” e deve essere scritto da insegnanti, genitori e medici nelle prime settimane dell’anno scolastico. Riporta al suo interno gli obbiettivi che il bambino dovrà raggiungere alla fine dell’anno. Periodicamente bisogna controllare che gli obbiettivi specificati siano congrui. Alla fine della scuola si verifica che questi obbiettivi siano stati raggiunti.
Negli ultimi due anni, il PEI di Shahao è stato presentato a Ottobre. Effetto benefico della pandemia, perché nei primi tre anni, ci era stato presentato alla fine dell’anno scolastico, perché il progetto su Shahao era ben chiaro nella mente delle insegnanti e non occorreva scriverlo. Così ci è sempre stato detto. Peccato. Peccato perché anche quest’anno nella parte introduttiva c’erano gli stessi errori e refusi della prima versione scritta nel 2018. Peccato, perché è formulato in maniera così burocratica e legnosa da risultare incomprensibile e poter significare tutto e niente.
Mercoledì siamo stati dal Neuropsichiatra infantile dell’ASL, a proposito di acronimi, NPI. E’ una figura chiave, da cui dipende il grado di assistenza che avrà il bambino. Con la sua firma attiva il sostegno a scuola, i contributi economici, i permessi per l’assistenza e valida il PEI. Guai a chiedergli di fare il neuropsichiatra però. Lui con il suo camice bianco, i pantaloni bianchi, la maglietta bianca, gli zoccoli bianchi, mette timbri e firma fogli. Timbra e firma. Firma e timbra.
Per gli ultimi due appuntamenti ci ha chiesto di venire con Shahao. In tutti e due i casi non gli ha rivolto la parola. Nella prima visita Shahao si è annoiato e addormentato in braccio a noi, mercoledì ha giocato con il telefono per tutto l’appuntamento.
L’unica volta in cui ha “visitato” Shahao è stato poco prima di Natale del 2018. Shahao non pronunciava ancora tutte le lettere, da lì a poco avremmo scoperto che aveva problemi di udito e aveva bisogno degli apparecchi acustici per riconoscere tutti i suoni. Gli fece fare qualche matrice di Raven, un test che la psicologa che ci seguiva, gli aveva somministrato in maniera ben più completa qualche giorno prima. Inutile quindi.
Mercoledì non ha voluto sapere nulla della salute di Shahao, degli interventi, terapie, visite. Gli abbiamo chiesto se fosse il caso di aggiornare la sua certificazione di disabilità, risalente a pochi mesi dal suo arrivo in Italia e che ancora oggi riporta più o meno: “E’ in Italia da pochi mesi, qualcosa ci potrebbe essere, ma non sappiamo cosa”, visto i test, le visite, gli esami, gli interventi che hanno delineato il mondo in cui noi viviamo tutti i giorni. Ci ha risposto che non è di sua competenza, ma della scuola. Lui non sollecita. Se la scuola gli chiede di farlo, lui lo fa. Meglio, timbra e firma.
Gli abbiamo chiesto se avesse letto il PEI, se fosse adeguato alla situazione di Shahao. Candidamente ci ha risposto che con 400 bambini che fanno capo a lui, non ha tempo di leggere i PEI. Lui timbra e firma. Tutto questo facendo battute con la sua vocina che filtrava dalla mascherina che a stento gli nascondeva il volto.
A questo punto ci siamo fermati. Ci siamo fermati perché ci servono le sue firme a breve. I suoi timbri e i suoi moduli sono indispensabili per la scuola e il futuro di Shahao. Così abbiamo messo in borsa il volume di esami e referti clinici di Shahao che lui non ha voluto nemmeno avvicinare e non lo abbiamo preso per il suo bavero immacolato chiedendogli a cosa cazzo servisse allora il suo stipendio da dirigente sanitario. Non gli abbiamo rovesciato la scrivania, facendogli presente che finiti i timbri e le firme, lui sarebbe tornato nella sua casa da dirigente e noi nel nostro mondo tutto precario, grazie anche a quelli come lui. Non lo abbiamo preso a schiaffi sulle sue guance flaccide che quasi inglobavano la mascherina, dicendogli che per colpa sua, noi ci dobbiamo pagare anche un neuropsichiatra privato che segua Shahao, il lavoro delle terapiste e spieghi alle maestre cosa fare con lui.
Tornato a casa, sul sito internet di ogni giornale ho trovato la foto di due bambine ucraine che entrano fra gli applausi in una scuola italiana.
Ho pensato alla rabbia di qualche ora prima, alle energie buttate quest’anno con la scuola per vincere l’indifferenza e la superficialità che ci sono piovute addosso.
Ho pensato all’ipocrisia, al bisogno di autoassoluzione dall’indifferenza, dall’egoismo che abbiamo, finché non ci si trova dal lato opposto della barricata. Ho pensato quanti fazzoletti e bandiere gialloblù laveranno la coscienza di quelli che seguono la religione del “ben altro”, o semplicemente se ne fottono di tutto, svegliando per qualche ora la propria coscienza in favore di videocamera.
Sono andato su YouTube e ho cercato “Stairway to Heaven Kennedy Center”, ho chiuso gli occhi e con Ann e Nancy Wilson sono andato a comprare la mia scala per il paradiso. E No, per una volta non ho guardato il prezzo.