Clandestino

Le giornate sono sempre più frenetiche e tese. Shahao sta abbandonando l’infanzia per cominciare a sbatterci in faccia l’adolescenza fatta di rifiuti, pulsioni, insofferenza. Tutto immerso nel suo mondo particolare fatto di futuro, domande, parole definite, parole abbozzate, parole inventate.

Stiamo andando a passi veloci verso cinque anni di convivenza, famiglia, casa. Per noi un bignami compresso, affrettato durante il quale siamo passati in poco tempo dal pannolino e passeggino al vaffanculo. Fatto con un alzata di spalle, un tono di voce scocciato, uno sguardo insofferente a sostituire le parole che pronuncia ancora con fatica, ma sempre di vaffanculo si tratta.
Dentro queste giornate fatte di mediazioni, piccoli e grandi conflitti, soddisfazioni, delusioni profonde come le Marianne, la stanchezza è nostra compagna assieme all’ansia per il presente e il futuro, nostro, ma soprattutto suo.

Essere genitori di un bambino disabile significa portarsi sulle spalle un sacco bello grosso come quelli che da bambino vedevo nel retro della panetteria davanti casa, con l’ansia al posto della farina.
Perché non sai quanto riuscirà a recuperare, vedendo gli altri bambini della sua età sempre più lontani. Perché spesso non sai cosa devi fare per imporre i suoi diritti. Perché vedi il mondo sempre pronto ad approfittare delle sue debolezze. Perché i capelli bianchi, la stanchezza e gli acciacchi ti dicono che tutto questo tempo davanti non c’è più.

In mezzo a tutto questo, al lavoro, ai giorni bastardi che stiamo vivendo, rischi di perdere il contatto con la società, con il tuo mondo. Poi vai dal neuropsichiatra che segue Shahao, ti confronti con la scuola e capisci. Sono tutti cazzi tuoi. Sei il genitore del bambino disabile e adottato da mostrare come un trofeo, da accarezzare come un cane, a cui fare i complimenti. Però il figlio è tuo, nessuno ti ha detto di adottarlo. Te lo hanno dato fallato, non è nemmeno italiano, quindi sono proprio cazzo tuoi. E suoi di conseguenza.

A scuola vivi ogni giorno l’ipocrisia dell’inclusione sbandierata in ogni momento, sancita da documenti di decine di pagine e protocolli. Poi, la maestra di sostegno, che dovrebbe essere di sostegno alla classe, in realtà tiene una scuola “differenziale” all’interno della classe stessa. Le cosiddette maestre di cattedra ignorano cosa fa Shahao, le competenze che raggiunge, le sue difficoltà, i suoi punti di forza. Lo conoscono perché disturba. Perché il suo eterno movimento, la sua frenetica corsa per non fermarsi mai, continuano anche in classe.

E poi la maestra di sostegno. Dovrebbe essere ancorapiù specializzata, più preparata delle sue colleghe, avere tutte le competenze per entrare nel mondo di questi bambini così complicato, per conoscere i tasti da toccare per sfruttare tutti i loro pregi nascosti. E invece. Invece sono quasi sempre insegnanti che scelgono di fare il sostegno per accumulare punti per le graduatorie. Ogni anno devi presentare il bambino, le sue difficoltà, il suo modo di interagire, i suoi problemi. Ad un certo punto devi pure spiegare che dare da studiare una pagina sulle ziggurat sumere a Shahao, che ha imparato a parlare con una lingua nuova 3 anni fa, è come chiedere a un ottantenne di fare i cento metri alle olimpiadi.

In mezzo a tutto questo c’è lui, il neuropsichiatra infantile, colui che firma la certificazione con cui viene riconosciuta la disabilità del bambino, colui che stabilisce se a tuo figlio viene riconosciuta l’invalidità, quindi la possibilità di avere l’insegnante di sostegno e quel pugno di Euro che servono per pagare parte delle terapie che segue quotidianamente.

L’ultima volta che ha visto Shahao era la settimana prima del Natale del 2018. Shahao non aveva ancora le protesi acustiche e gli ha sottoposto qualche “matrice di Raven”. Poi visto che ha la fortuna di avere dalla sua dei genitori intraprendenti, ha deciso che potevamo cavarcela da soli. Siamo andati da lui due volte negli ultimi mesi, a novembre e in questi giorni. In entrambe le occasioni non gli ha rivolto la parola. In entrambe le occasioni è stato lui a chiedere che venisse.

Ieri gli abbiamo chiesto se la diagnosi funzionale che “rappresenta” Shahao per la scuola, non fosse da rivedere, visto che sostanzialmente diceva: “E’ in Italia da pochi mesi, qualcosa ci potrebbe essere, ma non sappiamo cos’è”. Anni di esami, sedute, terapie, interventi hanno delineato il quadro complesso che affrontiamo tutti i giorni. La risposta infastidita è stata che non è sua responsabilità. Gli abbiamo chiesto se avesse letto i documenti della scuola che ha firmato e ci ha risposto che se dovesse leggerli, con 400 bambini come farebbe?

Il messaggio è stato per una volta chiaro. Sono tutti e solo cazzi vostri. E tu Shahao sei un clandestino. Con i documenti, le felpe di benetton, il tuo zaino azzurro. Ma per questo mondo, quello dei “normali”, dei buoni rimarrai sempre un clandestino.

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