Giorni di Aprile

Ormai la mia vita è lontana dal borgo. Le persone, le case, le strade non sono più le stesse di quando ero ragazzo. Capita che per anni non ritorni più da quelle parti.
Oggi sono in macchina. Da solo. Fermo da qualche minuto al semaforo fra Via Spalato e Via Rivalta, nel silenzio del pomeriggio, aspettando che pedoni e automobili inesistenti attraversino l’incrocio.
Nel sole del dopopranzo, mi rivedo per mano a mia madre. I pantaloni corti, i sandali blu con gli occhi su quelle rotaie di via Spalato, aspettando che le automobili finiscano di passare per poter attraversare la strada. Al mattino l’appuntamento speciale era con un treno che, proprio su quelle rotaie, percorreva lentamente tutta la via, fino a perdersi dentro l’enorme cancello della SPA.
Attorno, le fabbriche continuavano rumorosamente a produrre parti di auto, camion, treni, mentre le persone entravano e uscivano dai tanti negozi della via.
Quando il semaforo diventa verde, supero l’incrocio, cercando senza successo di vedere un’insegna, un portone che mi riporti indietro a quegli anni. All’infanzia, all’ingenuità, all’innocenza.

25 Aprile 1945
Enea era seduto per terra, la schiena appoggiata al muro, la coppola ben calcata in testa, il fazzoletto rosso al collo. La giacca di lana scura con il bottone chiuso sul maglione, il pacchetto di Nazionali senza filtro che usciva di poco dal taschino.
Nei pantaloni l’accendino di metallo era pronto per la prossima sigaretta. Era un regalo che gli avevano fatto quando aveva lasciato Lione per ritornare in Italia. Non avrebbe mai potuto permettersi di comprarlo.
Sfregò la rotella dell’accendino con il pollice della mano destra, illuminando la penombra giusto il tempo per accendere una sigaretta e passarla a Bruno che stava appoggiato al muro sulla sua sinistra.

“Questa sera, niente sirene”, disse Bruno guardando il cielo da un finestrone.
“Pippo è stato a casa anche oggi.”
“Ciò, l’ultima volta el g’ha buttà zo tante de quee bombe …”
Enea andava d’accordo con tutti e con tutti una parola la scambiava sempre. Con Bruno però, la diffidenza, che faceva la differenza fra vivere o essere deportato, era svanita, trasformandosi in amicizia e poi cameratismo, quando il Partito aveva chiamato entrambi per organizzare la resistenza all’interno della fabbrica.

“Ma qui facevano le macchine da corsa. Enea, le hai mai viste?”.
“Le uniche macchine che ho visto dentro i cancelli, sono quelle dei fascisti quando hanno preso qualcuno per portarlo in Germania. Hai nostalgia?”.
“Ma va a cagar sule ortighe, Enea!”.
“Baffarìcoddai, Bruno!”. (“Vai a farti fottere Bruno!“)
“Tosati, mi non g’ho capio un casso, ma g’ho fato uscir dai gangheri il Sardo! Anche Il fiol de Gramsci s’è umano!”.
Le risate accompagnarono gli ultimi tentativi della luce del sole di resistere al crepuscolo che aveva fretta di chiudere la giornata.

Era un aprile luminoso, caldo, ma la sera, dentro la fabbrica qualche brivido di freddo spingeva a coprirsi e a cercare una spalla da cui prendere calore.
“I tuoi sanno che non torni per un po’ di giorni?”. Le parole di Bruno arrivarono, addolcite dalla cantilena veneta nella penombra del capannone, punteggiata dai brevi lampi luminosi degli accendini e dalla brace delle sigarette. Non fosse stato per il fucile che dormiva placido sulle sue gambe, a Enea sembrava di ritornare bambino, fra le lucciole di giugno dei campi dietro casa sua, in Sardegna, prima che il sole dell’estate bruciasse tutta l’erba.
“Sì, sì, lo sanno. D’altronde, lo sanno tutti che siamo alla fine.”, rispose Enea, con la sigaretta fra le dita e in bocca il gusto pesante, amaro, caldo, del fumo.
“Ti ricordi le facce dei fascisti, la settimana scorsa?”.
“Sì, sapevano che stavamo facendo le prove. Altro che sciopero. Han già bruciato camicia nera e fez, con la tessera del fascio”, disse Bruno, carezzando la canna del suo mitragliatore.

Era il 25 Aprile. Quella mattina l’ordine era finalmente arrivato. Erano cadute tutte le coperture. Enea aveva conosciuto gli altri partigiani della Quarta Brigata SAP occupati, insieme a lui, a prendere le armi dai nascondigli.
Davanti al grande ingresso di via Montenegro e a quello di Corso Ferrucci le gru della fabbrica avevano posato blocchi di cemento e le parti dei mezzi militari in spesso acciaio, costruite nei mesi passati fuori misura per sabotare la produzione di camion e carri armati per l’esercito fascista.
Erano poi cominciate le guardie e l’attesa. Il sole era salito in alto fino a illuminare le strade che poche persone percorrevano velocemente. La testa bassa e le orecchie tese a cogliere il minimo rumore, fino a varcare in fretta il portone di casa.

Enea e Bruno erano seduti vicini. La sigaretta quasi finita, il fucile appoggiato sulle gambe. Enea era talmente piccolo che il suo fucile sembrava gigantesco rispetto a quello di Bruno. “Enea, ti g’ha mai spara’?”.
Enea teneva la mano sinistra sulla canna del moschetto, mentre con la destra carezzava il calcio, andando a sfiorare il grilletto.
“No. mai. Prima, le armi mi facevano paura”.
“E adesso?”.
“Mi fanno ancora paura ma …”.
“… le devi usare. Senza scelta.”.
“Come ho imparato altre cose, ho imparato a tenere un mitra. Spero di non usarlo mai”.
“Io ho sparato”, disse Bruno, guardando davanti a sé, mentre la mano destra tormentava la sicura della sua arma.
“Vicino a Bassano. Erano due, vestiti di nero. Forse fascisti. No, erano fascisti e basta”.
“E come ti senti, dopo aver ammazzato uno?”.
“Pensi che è fascista. Che è giusto. Che un altro con la camicia nera ha ammazzato tuo padre”.
“E poi?”.
“Poi ti senti una merda, ciò. Una bea merda”.
La sigaretta si era spenta. Enea se ne infilò una nuova fra le labbra.
“Io, quando mi sento una merda, mi metto in bocca una sigaretta.”
Un giro di rotella e la sigaretta brillò nel buio, lucciola fra tante, di questa notte di penombra e sottovoce.
“Mia madre mi ha insegnato a fumare. Mi regalò un pacchetto quando me ne andai di casa. A undici anni”.
“Bella dura. E dove sei andato?”
“In Francia, a lavorare il ferro, riparare le biciclette e diventare comunista”
“Comunista? “.
Enea fissò il buio per un momento. Poi si girò verso Bruno sorridendo. “Sì, comunista. Eravamo tutti comunisti. Stai meglio con te, con gli altri”.
Chiuse gli occhi, il tempo per aspirare il fumo. “E tu? Non hai mai detto niente”.
Bruno chiuse gli occhi, strinse forte il fucile che teneva anche lui sulle gambe.
“Son anda’ via dal Veneto tre anni fa. Mio papà xe stato copà dai fascisti. Era socialista.” Si fermò. Portare alla luce quei ricordi gli costava una fatica enorme.
“Il podestà si era fatto il fienile con i soldi del comune e lui andò a denunciarlo. La sera i fascisti lo portarono via da casa. L’abbiamo trovato due giorni dopo. Dietro casa. Una pallottola in fronte”.
“Bastardi”.
“Sì. Bastardi. Son diventato comunista così.”
Aprì gli occhi. “Sono andato in montagna subito, l’8 settembre ero su. Sempre col fucile in mano a sparare ai fascisti, ai tedeschi. Dopo poco, in Veneto non potevo più stare, così son venuto a Torino e ho scelto la SPA. A caso”.

“’Ndemo a dormir”, aggiunse Bruno, “che domani le parole serviranno a poco”.
Enea si tolse il basco, ne fece un rotolo e lo mise fra la nuca e il muro. Chiuse gli occhi per far sparire la guerra, le armi, i colpi che arrivavano alle orecchie da qualche parte là fuori. Sentì la voce di sua madre, dura come il piombo dopo tanti anni di migrazione e povertà. Dal nero profondo degli occhi chiusi, arrivò anche la voce e la risata di suo padre. Suo padre era l’ombrello in una giornata di pioggia. La sciarpa in mezzo al vento. Il bicchiere d’acqua nel pomeriggio torrido di luglio.
Sorrise. Poi, sempre a occhi chiusi, cominciò a cantare a bassa voce: “Sul cammin, dell’onor. Noi marciam, con ardor”. Si unì Bruno: “O fucile, o vecchio mio compagno, O mio compagno del combattimento …”. La canzone riempì il capannone con le voci stanche, impaurite, scolpite dalle sigarette, piegate dai dialetti: “…tu che vali forse più di un regno sei la chiave per la libertà”.

Il mattino entrò dai finestroni semi aperti. Enea si calcò il basco sui capelli neri e si alzò tenendo sempre in mano il fucile. Andò verso il cancello per il turno di guardia.
Le lancette nere al suo polso segnavano quasi le sei. Dal cielo, che non sapeva ancora bene se tornare nella notte, o cominciare una nuova giornata, arrivavano cupi, sordi e lontani gli echi degli spari. La strada di fronte al cancello era deserta.
Qualcuno gli portò una tazza di acqua bollente sporcata con il caffè. Niente a che vedere con il bicchiere fumante e profumato che a Lione cominciava ogni giornata di lavoro.
Trascorse la mattina a guardare via Montenegro e quando smontò a mezzogiorno, non aveva visto nemmeno una bicicletta passare davanti al cancello. Sembrava che tedeschi e fascisti si fossero dimenticati della SPA. In cuor suo, Enea sperava ancora che la liberazione non passasse per quella strada desolata di periferia e si fermasse altrove.
Verso le quattro del pomeriggio, un rumore lontano, come una banda di tamburi arrabbiati, violenti, disordinati si fece strada nel silenzio e nel caldo di un giorno d’estate che aveva sbagliato indirizzo. Stavano arrivando. Bruno tolse la sicura al suo Beretta.

Un cane si avvicinò all’autocarro per orinare sulla gomma bucata da un proiettile. Il telone era stato bucato da una sventagliata di mitraglia. Nel cielo verde militare del telone, i buchi sembravano una nuova costellazione di stelle dai bordi bruciati. Il vento, entrando all’interno del camion, alzava il telone. Vicino ai buchi, tre grosse strisce di sangue si rincorrevano senza mai incrociarsi.
Sul bordo della strada, cinque corpi sembrava dormissero, in attesa di uscire dalle coperte militari tirate fin sopra la testa quasi a proteggere gli occhi dal sole di aprile, che illuminava la città.
Dentro il cassone del camion, altri due corpi aspettavano di essere allineati agli altri.

Bruno entrò nella fabbrica alla ricerca dei teli per coprirli. Dopo tante ore, la fitta polvere impastava ancora le labbra. L’odore di gasolio, legno bruciato, polvere da sparo e sangue non dava tregua. Scavalcò i resti delle colonne che una volta reggevano l’argano per sollevare gli autocarri, ridotte a pezzi.
Vide in un angolo del capannone i corpi dei suoi compagni stesi sul pavimento. Puliti, riordinati e con la loro arma sul petto, pronti a uscire all’aria aperta con gli altri.
Guardò l’orologio che scandiva di solito le giornate di lavoro. Era fermo alle nove, quando l’autoblindo tedesco, a pochi metri dal cancello, aveva sparato col suo cannone contro la fabbrica, facendo crollare le colonne e il grosso argano.
Bruno ricordò ancora l’inferno. Per due ore, con i carrarmati, un’autoblindo e due camion, i nazifascisti avevano cercato di entrare nello stabilimento, fino a che non era uscito come un bolide, il blindato costruito da Cesco e gli altri operai.
Scappati i tedeschi, avevano fatto l’appello e cercato chi non aveva risposto, con la speranza che stesse piangendo in qualche buco. Alle due avevano trovato l’ultimo assente. Pinin era sotto al blindato che aveva costruito poche ore prima, in una pozza di sangue. Una pallottola gli aveva reciso l’arteria femorale.

Raccolse da terra i teli, frugando in un armadio che era caduto, andando ad appoggiarsi su un tornio.
Quando uscì, qualcuno aveva già tirato fuori i due cadaveri dal cassone e li aveva messi accanto agli altri. Bruno buttò su di loro i due teli e andò a sedersi sulla strada, vicino ai suoi compagni.

Enea guardò il suo orologio. Le sette passate da poco. Gli occhi pieni di spilli, gli ricordavano che era più di un giorno che non dormiva.
“Sembra sia finita”, disse, rivolgendosi a Bruno.
“Lo spero. Ho voglia di andare a casa. “
“Anche io. In via Rivalta, qua dietro.”
“Chissà se ne ho ancora una, a Bassano”
“Hai la mia se vuoi, Bruno”.
“Grazie, ma voglio sentir l’odore del canal ‘ndrio casa mia, bere un bicer de vin, fare il mona con una tosa, far cose normali, ciò. Son stufo dea guera, dea rivolusion”.
Enea vide nei suoi occhi, gli spari, il fumo, la violenza, i morti della notte appena passata. Bruno non c’era più. La notte si era portata via i sorrisi, l’esuberanza, la vita come era prima.
“Siamo stati fortunati Enea.”
“Fortunati e senza merito.”
“Te puol dirlo! Ho lavato il viso a dieci persone. E uno poteva essere il mio. Perché non son steso là in fondo, ah?”.

Un rumore cupo, lontano li portò via dalla disperazione. Presto prese la forma di un camion grande, scuro, con una bandiera tricolore su un parafango e un drappo rosso sull’altro.
La tensione crebbe fino a quando, prima che il camion fosse fermo, dal predellino scese un uomo senza divisa. Il fucile in spalla, la barba lunga, il basco in testa, un fazzoletto rosso al collo.
Lo guardarono tutti con la curiosità silenziosa di chi si rende conto di vivere un momento sognato da anni. Era un partigiano. Era in città. La guerra era finita.
Mentre i partigiani aiutavano a portare via i cadaveri, la sponda del cassone andò a sbattere contro il parafango del camion, riportando Enea al pomeriggio del giorno prima, durante il primo attacco dei fascisti.
La sponda del cassone della camionetta nera era stata sganciata e aveva sbattuto contro il parafango. Dall’interno tre repubblichini avevano cominciato a sparare contro Bruno che, con la Breda inceppata, si era dovuto riparare dietro una lamiera.
A Enea sembrò di sentire ancora i colpi secchi dei proiettili, contro lo spesso metallo del riparo del suo amico.
Aveva abbassato la sicura del fucile con un gesto secco e diretto la canna verso il cassone della camionetta. Questa volta non si trattava di una bottiglia o un vaso di coccio. Doveva puntare l’arma contro una persona e non l’aveva mai fatto.
“Spara Enea! Ciò! Copali!”, Bruno urlava disteso a terra, sotto il fuoco dei fascisti.
Enea chiuse un occhio e puntò l’arma verso uno dei repubblichini che stava sparando. Aveva allineato il mirino con la tacca di mira. Il calcio del fucile era fermo sotto la sua ascella e l’indice della mano destra andò a premere il grilletto per qualche secondo. Tre raffiche colpirono in pieno l’uomo, facendolo cadere a terra in una pozza di sangue.
Finito lo scontro, era andato con Bruno a togliere i cadaveri dalla strada e a coprirli. Aveva posato il fucile e vomitato l’acqua appena bevuta, la bile e la colpa di avere ammazzato una persona.

Due partigiani chiusero le pesanti sponde del cassone. Enea ritornò con tutti i suoi sensi nel presente.
L’odore dei cadaveri era ancora forte e contrastava con la giornata fresca e il sole che ormai illuminava tutta la strada.
Qualche bicicletta, con un fazzoletto rosso attaccato al manubrio, percorreva piano Via Montenegro.
Il partigiano stava raccontando che i tedeschi si erano arresi e stavano lasciando Torino. Qualche fascista stava sparando, facendo il cecchino, ma non in quella zona, ormai controllata dai partigiani che nei giorni precedenti erano scesi dalle montagne.
Enea e Bruno si abbracciarono e finalmente riuscirono a piangere. I fucili sulle loro spalle danzavano al ritmo dei loro singhiozzi, sempre più forti, sempre più disperati.

Si avvicinò Cesco, che con le sue mani enormi aveva costruito l’autoblindo che nella notte aveva fatto scappare i tedeschi. Il viso pieno di polvere era rigato dalle lacrime. “Dai, che dobbiamo prendere i nostri adesso”.
Enea riconobbe Mario, il capo della brigata, morto sotto le colonne abbattute dall’autoblindo tedesco.
C’era Piero, ucciso da un mitra, mentre cercava di salire sull’autoblindo che aveva costruito con Cesco.
Portò via Sergio, morto sotto i primi colpi del cannone dei carri armati tedeschi.
E poi Pinin, morto dissanguato per una pallottola alla gamba.

Li accompagnò uno per uno al camion che era venuto a prenderli. Poi si voltò ed entrò nel capannone. I macchinari rovesciati, i muri degli uffici anneriti dopo l’incendio della notte. Enea raggiunse il suo posto di lavoro miracolosamente integro. Prese dall’ armadietto la gamella, la sua bottiglia e andò verso il tavolo dove solitamente si fermavano tutti per mangiare il pranzo, mettendo in comune il vino. Riempì la bottiglia di acqua e si sedette. Dalla gamella estrasse la forchetta e cominciò a battere sulla bottiglia come faceva quando voleva chiamare tutti per pranzo. Arrivarono Bruno e Cesco. Chiuse gli occhi e continuò a picchiare più forte. “Arrivo, piccoletto!”, disse Mario. “Se non ne racconti una sporca, non mangio più con te”, disse Piero, mentre si sedeva. “Sempre senza lavorare, voi sardi?”, gli gridò Sergio, sedendosi a tavola.
Aprì gli occhi. Un gatto, uscito da chissà dove, si stava strusciando contro la gamella vuota. Era bianco e nero, con una macchia nera proprio attorno all’occhio destro. I fucili a terra, Cesco, Bruno ed Enea si strinsero in un abbraccio. “Dai, andiamo a casa. È ora”.
Bruno raccolse il suo Beretta e con un gesto deciso mise la sicura.

25 Aprile 2025
Parcheggio l’auto al fondo di via Spalato. Quante volte da bambino l’ho percorsa con la cartella sulle spalle, camminando su quelle rotaie che da tanti anni non ci sono più. All’angolo con via Braccini c’era quel bar dove mi fermavo con la bici per comprare sempre il ghiacciolo arancione fosforescente.
Ora è un posto più elegante. Gli studenti universitari hanno preso il posto degli operai della SPA. Subito dopo la guerra, via Montenegro ha preso il nome di un partigiano, Paolo Braccini.
La fabbrica non c’è più da qualche decennio. Al suo posto, un parco, una palestra di roccia, edifici dell’ASL, un grande palazzo uffici semivuoto e un enorme parcheggio ormai deserto. Persino una chiesa. Mi siedo a gustare il mio ghiacciolo, meno colorato e meno buono di quelli che mangiavo appoggiato alla Graziella blu e vedo mio padre. Piccolo, il basco in testa, la tuta blu, il suo fazzoletto rosso, mentre esce da un cancello che non c’è più.
Un gatto esce dal bar e si acciambella su una sedia vicino a me. È bianco e nero, con l’occhio destro circondato da una macchia nera di pelo. Mi guarda. Lo guardo. Sembra dirmi: “Non ti nascondere. So chi sei”.

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