
No. Eravamo quattro amici in una terrazza. Nelle Langhe. Privilegio concesso a pochi, Antonio ci aveva invitato un venerdì sera, a luglio, aprendoci le porte della sua casa di Priocca.
Avevamo attraversato la camera oscura, ovvero la stanza utilizzata come magazzino che lui non illuminava mai, quindi eravamo passati dalla sua camera, con un enorme letto a due piazze e poi finalmente in cucina. Da qui, si apriva la porta per arrivare al grande terrazzo con la tavola già preparata, all’ombra di un grande tiglio.
Nei primi anni novanta, le Langhe non erano ancora quel marchio un po’ esclusivo, dal sapore vagamente di “patacca”, che sono adesso. Bastava telefonare ad una osteria per poter mangiare dopo poche ore, invece che mettersi in lista dei mesi per “avere un’ esperienza”.
Con Fabrizio e Liliana , stavo godendomi il tempo prima di cena, scandito dai rumori della campagna che si prepara alla notte e dalle proteste di Antonio per aver preparato una teglia di peperoni arrostiti, tanti quanti non ne aveva mai toccati in tutta la sua vita.
Il cielo stava pian piano cambiando colore, mentre il fresco arrivava a stemperare il caldo del pomeriggio.
Passammo la sera a parlare della vita, del lavoro, di musica, cinema, cibo, di quello che eravamo e che avremmo voluto essere.
Scrivere di quei momenti, dopo più di trent’anni, mi riempie l’anima di tenerezza, le dita e gli occhi di quiete.
Avevo conosciuto Fabrizio qualche mese prima negli uffici di Via Maria Vittoria, tramite Antonio e Liliana. Mi aveva colpito subito per la simpatia e la profonda autoironia. Sapeva ridere di sé e di quanto lo circondava.
Ricordo una delle prime volte che andammo al cinema insieme, a vedere “Un’anima divisa in due”, film intimista di Soldini che aveva fatto incetta di premi. Ma lento. Molto lento. Lentissimo. Da ormai mezz’ora, i due protagonisti stavano viaggiando in autostrada. Poche parole, immerse nel rumore del traffico. Sì accesero le luci al termine del primo tempo e nessuno in sala osava dire nulla. Solo Fabrizio, rivolto a noi, disse: “Speriamo entrino in un autogrill, per avere un po’ di movimento nel secondo tempo”.
Un’ altra volta, per farmi giocare a calcio con la squadra del PdS, mandò un suo amico da mia mamma a prendere la borsa. Credo telefonò anche a mia madre per ricordarle cosa mettere dentro.
E le sere di Natale e gli anni salutati insieme. Le cene il venerdì, aspettando il treno o l’aereo da Roma.
Il sabato del nostro matrimonio, arrivò a Torino al mattino presto, appena in tempo per venire con Liliana e Nicola a passare la giornata con noi, senza fare “un plissé”, come diceva Jannacci.
Poi il tempo, i pensieri, le strade ci hanno separato, ma né io, né Cinzia abbiamo mai smesso di pensare a Fabrizio, Liliana e Nico.
Fabrizio era un uomo di grande cultura, un politico capace e coerente con il proprio pensiero , sempre rispettoso del pensiero altrui, comunque. Un estremista della moderazione.
Ma era soprattutto una brava persona con cui ho avuto la fortuna di dividere una parte del mio viaggio.
Alla mia età capita sempre più spesso di dover salutare qualcuno per sempre e non riuscire a trovare le parole per esprimere quel che sento dentro. Come scriveva Gian Maria Testa, l’unica cosa sicura è che non torneremo più su quei passi. Persone come Fabrizio, resteranno per sempre nel ricordo, nei pensieri, ma il dolore della loro assenza sarà sempre superiore a qualsiasi consolazione.
Ciao zio Fabrizio.