“Minchia che freddo”. Dopo tanti anni non si era ancora abituato alla temperatura di questa città. Lui era un uomo del sud. Il sole e la luce erano stati i suoi amici migliori fino ai 14 anni, quando poi era venuto al nord. Da allora era passato tanto tempo. Si era presto abituato a tutto. Abitudini, lingua, cibo. Era perfino contento. Ma quel freddo che per sei mesi ti entrava nelle ossa al mattino quando alzavi le coperte, no. Quello non riusciva proprio ad accettarlo. E dire che lavorava nei cantieri, all’aperto, in mezzo all’aria. Resisteva bene durante la giornata, ma il momento in cui al mattino alzava la coperta, continuava a ferirgli l’anima nel profondo.
Si infilò subito la tuta e andò in cucina stando attento a non svegliare nessuno. Fuori, il cielo era ancora scuro con le stelle che brillavano nitide. Il parco, bianco dalla brina, era deserto, così come lo stradone che lo circondava.
Guardò le copertine dei due faldoni all’interno della sua borsa aperta. Sul dorso di uno, la scritta “Garden Residence”, sull’altro “I due soli”. Mentre beveva con calma il suo tazzone di caffè bollente, con il pennarello rosso scrisse sulla lavagna: “Residenza i due soli”. Così avrebbero saputo dove trovarlo durante tutta la giornata.
La moglie, oramai da tanto tempo, badava solo alla casa. Aveva avuto anche un lavoro, poi al posto del bambino nacquero due gemelli. L’impegno era troppo grande ed i genitori di entrambi anziani e lontani. Lui inoltre era “il marmista”, già allora vera e propria autorità nei cantieri della città, conteso a peso d’oro da chi volesse lavori a regola d’arte ed in tempi brevi.
Si guardò allo specchio. Il tempo aveva segnato i suoi occhi e diradato i capelli. Amava però tenerli lunghi e riunirli poi in un codino che gli pendeva sul collo. Chiuse la borsa, si infilò giaccone, cappello, guanti e scese in strada. Uscì dal portone, andando verso destra. Il freddo della città che nel primo mattino cominciava a rianimarsi, gli giunse come uno schiaffo sulla faccia.
Prese la solita andatura. Inverno, estate, lui percorreva quel marciapiede con la testa bassa, i passi corti e la borsa di pelle marrone che ciondolava nella mano destra.
Infilò la borsa nel baule e salì in macchina. Le rare auto che incontrava sembravano intirizzite dal freddo. Anche i semafori sembravano cambiare colore più velocemente quasi a volersi riscaldare.
La Residenza “I due soli” era un blocco di due condomini costruiti in periferia al posto di una fabbrica di cerchioni per automobili che aveva due soli come stemma. Un architetto originale e legato ai simboli, aveva fatto lasciare in piedi parte dell’ex muro di cinta della fabbrica, in cui, con i mattoni, erano disegnati i due soli.
Passò di fronte al cantiere e lo salutò alzando il dito medio della mano destra. Residenza due soli, nella periferia più triste di una città in cui per sei mesi ti si stringevano le chiappe dal freddo e per sei mesi sudavi al solo pensiero di fare qualsiasi movimento.
Dopo cinque minuti uscì dalla strada asfaltata, percorrendo per circa un chilometro una strada sterrata. Si fermò nel cortile di una vecchia cascina che nel giro di qualche anno sarebbe stata fagocitata dalla città o dai centri commerciali. Aprì la porta chiusa a chiave e depositò la borsa sulla scrivania.
Dai vetri pulitissimi della finestra, vide che il cielo stava cambiando colore, passando dall’azzurro pallido del primo mattino, a tutte le tonalità di rosso che il sole nascente riusciva a dipingere.
Era arrivato in quel posto dieci anni prima, per caso. Stava cercando un deposito di marmi nella periferia ed aveva sbagliato strada. Giunto in prossimità della vecchia cascina, la macchina aveva cominciato a fare i capricci e si era fermata.
Le chiavi erano infilate nella toppa della serratura. Entrò e trovò sul piano della scrivania tre cassette.
Sulla prima la scritta “Felicità”, sull’altra “Destinatari”, la terza era vuota. Dietro la scrivania e la sedia, un enorme schedario arrivava fino al soffitto.
Da allora, trascorreva quasi tutti i giorni alla vecchia cascina.
Tutti i giorni, qualcuno doveva venire a fare le pulizie, perché la stanza era sempre in ordine.
Qualcuno tutti i giorni gli lasciava il pranzo dentro lo schedario.
Qualcuno tutti i giorni riempiva le due cassette di nuovi documenti e svuotava la terza.
Perché quello era il suo lavoro. Dare felicità. Nella prima cassetta trovava le felicità a disposizione per quel giorno: una casa nuova, guarigione da una malattia, un nuovo lavoro, un nuovo bambino in arrivo, un amore, una giornata memorabile. Poi c’erano felicità particolari: aver cucinato bene un dolce, aver nuotato per la prima volta, il primo metro in bicicletta, la squadra del cuore che vince lo scudetto, un amico che arriva inaspettatamente.
Nell’altra cassetta, i fogli avevano solo un numero. Era l’identificativo delle persone. Perché lui non favorisse amici, amori, famiglia, le persone erano distinte da un numero. L’enorme schedario alle sue spalle conteneva l’elenco di tutte le felicità che le persone, o meglio quei numeri, avevano avuto nella vita.
Lui cercava di essere equilibrato e dare felicità a tutti, senza favorire o penalizzare nessuno.
Era un lavoro che gli piaceva. Gli piaceva sapere che 712654 si fosse sposato, avesse avuto un bambino ed imparato a cucinare l’arrosto.
Passava così le sue giornate. Quando aveva evaso tutte le pratiche, restava a guardare il cielo, fuori dalla finestra, con il sorriso ben stampato sul viso.
Non riusciva a capire come mai, ma nessuno si era mai lamentato delle sue assenze dai cantieri, così come nessuno aveva mai forzato la porta di quella casupola, così isolata nella campagna. Aveva provato a guardare su internet, ma sulle mappe la strada non c’era e dalle foto satellitari, risultava un campo da coltivare al posto della fattoria.
Alle sei e mezza, si mise di nuovo il giaccone, prese la borsa e tornò a casa. Parcheggiò la macchina un po’ lontano da casa come d’abitudine e percorse la strada a capo chino. Il codino, i passi corti, la borsa di pelle marrone ciondolante nella mano destra. Soddisfatto, come tutte le sere.
Quando sono a casa, al mattino presto, altrimenti tutti i giorni alla sera, il marmista percorre a piedi sempre lo stesso pezzo di strada. Passo corto e lento, capelli radi raccolti in una coda che si nota di più in estate e borsa di pelle marrone nella mano destra. E’ un appuntamento immancabile fra le sette e le otto di sera. Ha abitato qualche tempo nella nostra casa e quindi un po’ lo conosciamo. E’ una brava persona e torna sempre a casa con la stanchezza e la soddisfazione di chi ha fatto qualcosa di fondamentale per gli altri. Con i suoi marmi ed i suoi pavimenti riesce a rendere felici delle persone, colorando i loro passi, oppure guidandoli con i misteriosi disegni dei marmi.