Le 6.54. Quando aprì gli occhi, la sveglia stava proiettando sul soffitto 6.54 . Era automatico, semplice, naturale. Tutti i giorni si chiudevano alle 23.35 e si aprivano a quell’ora. La sveglia suonò alle 6.58. Quattro minuti per svegliarsi ed alzarsi. Quel che bastava. Il riscaldamento si era acceso alle 6.04. Aveva calcolato che servivano 50 minuti alla caldaia per smorzare il freddo della notte e portare la temperatura di casa a 21 gradi per tutto il tempo necessario per prepararsi ed uscire di casa.
Andò in cucina e meccanicamente prese la piccola caffettiera dal ripiano e la mise sul fuoco. Come sempre sua madre l’aveva preparata il giorno prima.
Era tempo che viveva da solo. Dal primo giorno, sua madre aveva cominciato a venire tutti i pomeriggi a mettere in ordine, togliere la polvere ed apparecchiare per la mattina dopo. Che stesse bene, o male, che ci fosse pioggia, neve, o il calore più intenso, lei arrivava nel primo pomeriggio, per andarsene poco prima delle cinque. Un giorno solo, piegata dalla febbre e dal malessere non era riuscita a venire ed aveva mandato una fidatissima persona a pulire la casa del figlio, spiegandole per filo e per segno cosa avrebbe dovuto fare e quali oggetti avrebbe dovuto toccare.
Fu scrupolosissima, ma lui se ne accorse comunque, trovando la caffettiera girata con il manico verso l’esterno e non verso il piano di cottura come al solito. Non disse nulla a sua madre, anche se quella mattina si sentì molto a disagio.
Senza guardare, prese la tazza, quella gialla, del mercoledì e la riempì di latte. Dall’armadio tirò fuori una porzione di biscotti. Quattro, impilati su di un dispenser che lui stesso si era costruito per risparmiare 40 secondi, che uniti ai 20 secondi risparmiati impilando gli indumenti da indossare sulla seconda sedia, invece che sulla prima, gli avevano permesso di svegliarsi un minuto dopo. Era stato il suo grande traguardo dell’ultimo anno.
Uscì di casa alle 7.30 per arrivare in ufficio alle 7.59 precise. Anzi, alle 7.59 e 35 secondi. In agenzia avevano calcolato che occorrevano cinque secondi per timbrare e passare il tornello. Per i 60 dipendenti occorrevano 5 minuti in totale. Il primo dipendente arrivava alle 7.55 e 55 secondi. L’ultimo alle 8.00 e 55 secondi.
Era molto contento del suo lavoro. La soddisfazione per quel che faceva, lo stava ripagando di tanti sacrifici e tante approssimazioni. Tutta la prima parte della sua vita era stata un lungo compromesso fra la sua precisione e l’inetta ed arruffata approssimazione del mondo. Fino a quando non aveva trovato sulla sua strada l’ AICT, Agenzia Internazionale per il Controllo del Tempo.
Come ogni giorno entrò in ufficio, si sedette alla scrivania. Milioni di piccoli puntini verdi e rossi popolavano l’enorme schermo che aveva di fronte. Erano tutti gli orologi dell’Italia del nord. I puntini verdi erano quelli con l’ora corretta. Quelli rossi erano fermi, oppure si erano scaricate le batterie, od ancora con il movimento automatico che stava perdendo di vigore. Erano sempre meno quelli che necessitavano di una carica.
A fianco, uno schermo popolato da puntini blu indicava gli orologi rotti. Dopo due settimane di puntino blu, l’orologio veniva abbandonato a se stesso ed anche facendolo aggiustare, il suo proprietario avrebbe avuto per sempre l’ora sbagliata. Su questo punto erano intransigenti. indisponibili a qualunque compromesso.
Come tutte le mattine i puntini rossi erano molti di più di quelli verdi. Si sfilò il suo orologio, lo pose sulla piastra luminescente a fianco della tastiera del suo computer, e poco per volta tutti i puntini rossi cambiarono colore, diventando verdi. Era sempre una gran soddisfazione quando così tanti orologi prendevano la sua ora. Aveva l’impressione di controllare il tempo di tutti. Sentiva il potere scorrere per tutto il suoo corpo ed uscire potente dalle sue mani.
Avrebbe passato tutta la giornata ad osservare lo schermo, trasformando eventuali puntini rossi in verdi con un click della tastiera.
Era il secondo mercoledì del mese. Quel giorno sarebbe uscito alle 17.02 e 40 secondi. L’orario di uscita variava sempre per fare in modo che, alla fine dell’anno, il tempo lavorato fosse uguale per tutti.
A casa si fece la doccia, asciugandosi con il telo giallo, che poi buttò nel cesto vuoto, della biancheria sporca.
Indossò la tuta da ginnstica della sera, quella blu con i bordi bianchi ed uscì di casa. Erano le 18.59, giusto in tempo per transitare alle 19.00 sul passo carraio ed arrivare a cena da sua madre per le 19.05 .
Si fermò da sua madre fino alle 20, come al solito. L’orologio alla parete era preciso. Un puntino verde, che solo una volta era diventato rosso. Si ricordava ancora quante volte e con quanta violenza premette sulla tastiera del computer senza che cambiasse nulla. Telefonò stravolto ai suoi genitori pregandoli di cambiare subito la pila e farlo ripartire e si calmò solo quando il puntino ritornò verde.
C’erano 578 passi fino a casa sua. Sei minuti di strada fra le case di periferia. Da una finestra sentì Lucio Dalla cantare che sotto un cielo di ferro e di gesso, l’uomo riesce ad amare lo stesso, senza nessuna certezza. Si fermò ad ascoltare le parole e la chitarra che le accompagnava con vigore e dolcezza. Le parole “senza nessuna certezza” non riusciva a comprenderle, quasi come avesse ascoltato in sequenza “panettone, sardina, paralume”. Riprese a camminare con queste tre parole che entravano ed uscivano dalla testa.
Davanti a casa, un ragazzino gli chiese l’ora. Il suo orologio segnava le 19.37. Lo guardò meglio. Non si muoveva, nonostante la pila cambiata il giorno prima. Il telefono segnava le 20.15 .Riuscì a dire l’ora , prima che gli si riempissero gli occhi di lacrime e di cominciare a tremare.
Il tempo si era fermato. Lui era vivo. Il mondo attorno a lui si muoveva ancora. Per la prima volta si trovava “senza nessuna certezza. Che commozione. che tenerezza”. E pianse come se non ci fosse un domani.
Abitiamo nella stessa casa da 18 anni. Dall’estate del 1998. Da allora, alle 19.00, la persona che abita nell’appartamento sotto il nostro scende per andare a mangiare da sua madre. Tutti i giorni in cui noi a quell’ora si è nei paraggi di casa, lo si incrocia, lo si vede da vicino, da lontano. Con la tuta blu ed il giubbotto beige di inverno, pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica d’estate. Ci sono venuti i capelli bianchi, gli acciacchi dell’età, le ferite della vita e lui, inesorabile, nella nostra vita compare solo ed esclusivamente alle 19.00 di ogni giorno, ed in quel tratto di marciapiede.
Con le sue rigide ed immutabili abitudini si è creato una corazza per proteggersi dal mondo e dalla vita. E’ più faticoso. Sicuramente più doloroso, ma lo sporco e la puzza della vita, per quanto entrino dentro nel profondo, restano comunque una delle ragioni per cui vale la pena aprire gli occhi ogni giorno.