
Come un anno fa siamo chiusi in casa. Fuori le serrande abbassate, le mascherine, qualche fila davanti ai negozi, la gente che un po’ se ne frega.
Dentro casa i computer, i telefoni, la rete che non va, il lavoro e la dad di Shahao da gestire.
Lo scorso anno la solitudine, i compiti passati giornalmente via mail, la scuola sostituita da noi che, aiutando Shahao, giorno per giorno ci accorgemmo del disastro in cui si ritrovava dopo un anno e mezzo di parcheggio a scuola. Come succede a tanti bambini disabili, a scuola gli veniva chiesta un’unica cosa, di non rompere i coglioni.
Quest’anno il lockdown in montagna, la bolla con gli amici Melania e Fabio e la Maestra Simona in video. Preparata, competente, sensibile. Con lei Shahao ha fatto passi da gigante, inimmaginabili soltanto un anno fa, tra lievito e arcobaleni. La Maestra Simona ha la fortuna di avere gli occhi del bambino, che le permettono di entrare subito in sintonia con i pensieri veloci, sovrapposti, confusi di Shahao e cavalcarli, tenendoli a freno, o lanciandoli secondo le necessità.
Così, quando le abbiamo detto che non avremmo mandato Shahao da solo a scuola ha sorriso e condiviso la nostra scelta, al contrario di altre persone all’interno della scuola.
Non saremmo stati capaci di spiegare a Shahao perché lui fosse da solo in classe e i suoi compagni a casa. Non saremmo stati in grado di dirgli che per la società lui è un fastidio, improduttivo e pure poco consumista, buono tutto al più per un pensiero tenero, o un po’ di anni in meno di purgatorio per qualche cattolico.
Già il ministero della disabilità non si può sentire. In più, adesso ci tocca sentir parlare di “cargiver”, di autisti per disabili. Di vaccini per disabili e accompagnatori, nemmeno l’ombra invece. Così continuiamo con la nostra vita su un monociclo , sopra un filo sospeso nel vuoto. Al di là di ogni poesia, affetto e trasporto, questi sono i giorni con un figlio disabile. In equilibrio fra parole, risate, dolori, ansie, sorrisi, pronti a cambiare ritmo e strada in ogni momento, ma sempre attenti a non perdere l’equilibrio.
Per tre ore al giorno Shahao ha la sua didattica a distanza in parte con i suoi compagni, piccole finestre indisciplinate sullo schermo, per la maggior parte del tempo con la Maestra Simona, gli esercizi, i compiti, i sorrisi, i rimproveri, le attenzioni. Qualcuno deve sempre restare con lui per tenere incollata la sua fragile attenzione alle lezioni. Poi i compiti, le prime lezioni di scienze e storia da imparare, situazione così lontana dai nostri pensieri solo un anno fa.
Le giornate fra le montagne, il sole e la poca gente non sono così pesanti come fra le mura di casa e il grigio della città, ma Shahao per proseguire nella sua strada avrebbe bisogno di bambini, di mani, di pallone, di parole non adulte, che gli vengono negate da un mondo che riporta i bambini a scuola, solo perché di impiccio al lavoro degli adulti.
È triste un mondo che considera i bambini un peso. È segnato il futuro di una società che non riesce a liberare i propri bambini. Non manca solo la scuola. Le lezioni in classe hanno il loro surrogato nei chiassosi appuntamenti su Classroom. Mancano le corse, i campi di calcio, la piscina, le altalene, i graffi sulle ginocchia, le parole urlate a toni acuti, indispensabili nel cammino di ognuno di noi.
Fra qualche giorno Shahao tornerà in classe per poi rinchiudersi in casa nel suo embrione di “Produci, consuma, crepa” di ferrettiana memoria. Riprenderanno le giornate scandite dalle mascherine, dal sacco igienico da preparare ogni giorno, dalle richieste. E poi le terapie, le visite di preparazione al prossimo intervento, il solito incastro fra un’ora e l’altra, proseguendo in questa nostra strana normalità.