Il cassetto

I giorni più difficili erano quelli con il sole. Specie in primavera e quelli di inizio estate. Durante le giornate più afose, il caldo torrido, soffocante era una buona scusa per non andare in giro e non destare sospetti. Con il freddo e nei mesi piovosi il problema non si poneva. Andare fuori con la carrozzella era impossibile. Quello era un giorno difficile. Chiamò Tom, il suo cane e si preparò per uscire. Tom era un piccolo cane rosso, che aveva cominciato a seguirlo dappertutto ed a abbaiare e ringhiare a tutti gli estranei. Lo aveva preso con se e gli aveva dato quel nome, ricordando una persona che aveva avuto vicino tanti anni prima.
Presto Tom aveva stabilito che il territorio nel raggio di cinque metri dalla carrozzella era suo e doveva essere difeso con ogni mezzo. Mostrava i denti ringhiando e cercando persino di mordere chiunque si avvicinasse. Era stato soprannominato “il colonnello”.
Era arrivato nel quartiere molti anni prima insieme alla moglie, anche lei inferma. La casa era stata ristrutturata per permettere ad entrambi, di potersi muovere senza problemi con le carrozzelle.
Due volte alla settimana, una persona veniva a riordinare la casa. I vicini l’avevano presto notata. Gli altri anziani del vicinato si facevano aiutare da qualcuno della zona. La loro casa era guardata da una signora eccentrica che arrivava guidando una vecchia Mercedes del 77. Poi la moglie era morta, improvvisamente, e nella casa erano rimasti lui e Tom, il colonnello.
Aprí la porta della sua casa, quindi il cancello e si trovò in strada. Con il piccolo joystick fece muovere in avanti la carrozzella, sempre con Tom ed il suo fare minaccioso accanto. Durante il suo percorso, si fermava a parlare sempre con le stesse persone che lo ascoltavano con attenzione cercando di capire le parole pronunciate malamente e con grande sforzo.
Gli piaceva scambiare due parole con quelle persone semplici che, al di fuori della fabbrica e dell’ombrellone a Rimini avevano visto e sentito parlare di poco altro. Quel giorno invece sarebbe tornato prima a casa. D’altronde erano abituati alle sue bizze ed ai suoi cambi di umore. Era il 26 giugno ed i ricordi che avevano cominciato ad affollargli la testa, avrebbero potuto togliergli luciditá.
Salutò e con Tom al seguito ritornò verso casa. Appena entrato, si assicurò che la porta alle sue spalle fosse chiusa. Puntò il telecomando verso tutte le serrande, chiudendole, in modo che nemmeno la più piccola luce filtrasse dall’esterno.
Raddrizzò la bocca e si alzò dalla carrozzella con passo sicuro. Tom lo guardava con dedizione ed affetto.
Si tolse la catenina che aveva al collo e dal ciondolo a forma di Madonna, estrasse una chiave, con cui aprí un cassetto dentro il guardaroba. Era il suo casetto. Lo aveva aperto l’ultima volta dieci anni prima, quando era arrivata quella cartolina a firma Priscilla.
Rimase a guardare la camicia che aveva indossato molti anni prima. Sul taschino le iniziali E. P. Sull’ etichetta interna il nome completo. Elvis Presley. Richiuse il cassetto. Si sedette di nuovo sulla carrozzella, aprí le serrande e chiamò vicino a se Tom. Sorrise Non riuscí a provare nostalgia neanche questa volta.

Lo ricordo da sempre. Lui, la sua carrozzella elettrica ed il suo cane che, a distanza di tempo e con tutti gli anni trascorsi, rimane sempre stronzo uguale. L’unico animale che ho minacciato. D’altronde l’unico che abbia tentato di mordere le mie caviglie. Mi sono chiesto il perchè di tanta rabbia, tanta diffidenza e tanto rancore, ed ho immaginato che quest’uomo abbia un segrrto incoffesabile da difendere. E quale segreto se non l’essere Elvis scappato dalla sua vita con una morte falsa, così come dice la leggenda?
Qualche anno fa andammo a vedere Graceland, la casa di Elvis, vero e proprio tempio a cui ogni americano deve recarsi almeno una volta nella vita. Nel lusso ostentato, pacchiano, senza limiti, gli aspetti che emergevano di più erano la solitudine e lo squallore. Più che in un’anonima strada di periferia.

- / 5
Grazie per aver votato!