Due calci in Paradiso

El Gato Diaz fu il primo ad arrivare. Constante Gauna lo seguiva poco distante. Dopo il rigore più lungo del mondo che aveva deciso il campionato di Valle del ’58, erano diventati inseparabili. El Gato aveva parato il tiro di Constante, dando alla misera squadra dell’Estrella Polar l’unica vittoria della sua storia.
Subito dopo la squadra era tornata a perdere tutte le partite ed El Gato era ritornato, stanco e vecchio, nell’anonimato.
Il Deportivo Belgrano aveva cacciato subito Constante Gauna e ricominciato a vincere ogni partita ed ogni campionato.
El Gato Diaz e Gauna erano poi morti a poco tempo l’uno dall’altro, continuando sino alla fine a raccontare ai ragazzini la storia del rigore durato una settimana. Il più lungo del mondo.

Dopo tanti anni l’Estrella Polar era di nuovo arrivata a giocarsi il titolo di campione della Valle ancora contro il Deportivo Belgrano. Ogni abitante del villaggio aveva pregato il proprio dio perché per la finale, a difendere la porta si presentasse El Gato.
La sede della finale era stata scelta all’unanimitá. Era un parco dal nome evocativo: Parco Paradiso, nella periferia di una città italiana. Ogni squadra avrebbe potuto far giocare qualunque giocatore del presente o del passato, purché fosse rimasto dentro al cuore delle persone. La partita si sarebbe giocata a notte fonda, nell’unico momento in cui il parco era deserto. Solo chi conosceva la leggenda del rigore più lungo del mondo, si sarebbe accorto della partita.

Arrivarono anche Rivero detto El Colo dell’Estrella e Padìn e Tata Cardiles del Deportivo.
E poi gli altri, quelli rimasti nel cuore della gente. Il primo fu La farfalla, Gigi Meroni, che era di casa nei parchi della sua città. Arrivò poi Ago, Di Bartolomei, il capitano triste della Roma. Con il suo incedere elegante, fu la volta del Cipe, Facchetti, che strinse la mano a Constante Gauna.
Palleggiando lungo il viale colorato di azzurro, arrivò con il suo passo sciancato Garrincha, il passerotto. Subito dietro El Doctor Socrates ed il Profeta, Johan Cruiyff, che parlavano animatamente in spagnolo e poi George Best che stava ancora fumando una sigaretta insieme a Gerd Muller.
Fu poi la volta dei giornalisti che si avvicinarono ai giocatori che si stavano cambiando a bordo campo. Erano due. Pelati, entrambi con la pancetta. Osvaldo, argentino, con la barba, un paio di occhiali sulla testa ed un gatto attaccato alle gambe. Parlava con accento spagnolo. Beppe, aria svogliata, accento milanese, parlava in dialetto con Facchetti che si stava infilando la fascia da capitano dell’Estrella.

El Gato vide Osvaldo. Riconobbe subito lo sguardo e le mani dell’argentino. “Avevi ragione. Nessuno ha mai creduto che io abbia segnato un rigore a El Gato”, disse Osvaldo, carezzando il gatto. Il portiere fece un cenno di assenso con gli occhi, sorrise e rispose: “Anche la mia vecchia non ha mai creduto che io sia El Gato. Eppure non mi è mai andato di traverso un mate.C’è di peggio nella vita, Soriano”.

La partita cominciò subito dopo. Solo la parte di campo alla destra della porta di El Gato Diaz era illuminata dai lampioni del parco. Il resto del campo era immerso nel buio.
I giocatori che stavano dalla parte illuminata si ritrovarono presto sudati e stanchi, mentre il terzino e l’ala sinistra dell’Estrella, erano intirizziti e fermi a parlare e fumare con i loro rispettivi avversari.
Il ritmo del gioco, nei dieci metri di campo illuminati, diventò furibondo e venne interrotto solo dall’urlo straziante del doctor Socrates: “Fermi!! Fermi tutti!! Nessuno muova un passo. Ho perso una lente”. I giocatori e l’arbitro si fermarono subito, chinandosi fino a sfiorare il terreno con il naso. Anche i giornalisti e gli spettatori entrarono in campo a quattro gambe, muovendosi con circospezione e guardando attentamente l’erba.
Fu un ragazzino a trovare la lente ed a consegnarla allo spilungone brasiliano. Venne portato in trionfo da tutti i giocatori ed acclamato dagli spettatori. Socrates gli regalò la sua maglia numero nove della nazionale brasiliana e Garrincha e Carlos Alberto, arrivato in ritardo, gliela autografarono.

Quando l’arbitro, un porteno di cinquant’anni dai folti baffi neri, la pancia prominente ed il fiato che sapeva di alcool di bassa lega, fischiò la fine del primo tempo, il risultato era di zero a zero.
Nell’intervallo qualcuno si fumò una sigaretta, altri si prepararono un mate, qualcuno accompagnò con un bicchiere di barbera, le fette di salame che Beppe Viola aveva preparato sul tavolo degli arbitri.

Nel secondo tempo incominciò un’altra partita. Con il cambio di campo, i giocatori alla luce dei lampioni, che avevano passato il primo tempo a bere e chiacchierare, erano di gran lunga più forti di quelli che avevano giocato prima.
Facchetti, dell’Estrella Polar, corse per tutta la fascia. Giunto all’altezza dell’area di rigore avversaria, tirò la palla verso il centro, dove Socrates, con un prodigioso colpo di tacco allungò la palla fino al centro dell’area. Qui, Gerd Muller si arrampicò in cielo per dare una testata prodigiosa al pallone ed indirizzarlo verso la porta avversaria. Il portiere del Deportivo riuscì a prendere il tiro, ma il colpo di testa era stato così potente che il pallone lo trascinò dentro la rete.
I tifosi dell’Estrella Polar esultarono come se non ci fosse un domani. Tutti i giocatori dell’Estrella festeggiarono il piccolo centravanti tedesco. Solo El Gato rimase vicino alla porta, scuro in volto, guardando il pallone che tornava verso il centro del campo.
Il Deportivo Belgrano cominciò ad attaccare disperatamente. El Gato Diaz sembrava ipnotizzare i suoi avversari che, dopo averlo guardato negli occhi, tiravano debolmente fra le sue mani.
Quando non riusciva a fissare lo sguardo dei propri avversari, El Gato si produceva in parate strepitose, intercettando ogni tiro.
A dieci minuti alla fine, George Best spense la sigaretta e diede il bicchiere di whisky al portiere dicendo: “Adesso vado a segnare”.Il suo fiato sapeva di alcool e fumo. Prese il pallone e corse per tutta la fascia destra del campo, saltando gli avversari, quasi avesse il pallone incollato ai piedi. Quando arrivò davanti a El Gato, l’alcool ed il fumo gli avevano annebbiato lo sguardo. Forse fu per quello che il portiere dell’Estrella non riuscì ad ipnotizzarlo. Forse fu per quello che il pallone che Best voleva tirare a destra, andò a sinistra, proprio sotto la traversa.
Il pareggio fu salutato da un boato.Il Deportivo Belgrano non pensava di poter più pareggiare. George Best tirò giù una gran golata di alcool per festeggiare e placare la sete.

Come la partita ricominciò, si fece di nuovo dare il pallone e cominciò la sua cavalcata sulla fascia destra, dribblando tutti i suoi avversari. El Gato Diaz non si fece sorprendere. Anticipò l’irlandese e con un gran calcio mandò il pallone altissimo nel buio del cielo. Tutti si misero in posizione per aspettare che la palla scendesse. Un minuto, cinque, dieci minuti, mezz’ora, senza che nulla accadesse. Essendo quello l’unico pallone disponibile, dopo un’ora l’arbitro sospese l’incontro.
I giocatori già da tempo si erano seduti in mezzo al pubblico, bevendo, mangiando e fumando.
In cielo, Schiaffino, Ghiggia, Zizinho ed Ademir con quel pallone, si misero a giocare la rivincita di una vecchia partita.

Due anni fa, ad una primavera un po’ ballerina, seguì un’estate torrida, che trasformava le lenzuola del letto in strati di pasta al forno incandescenti.
Per sopravvivere, ci addormentavamo in terrazzo, sulle sdraio, per poi andare a letto nel bel mezzo della notte, quando il caldo aveva concesso un po’ di tregua.
Le strade erano deserte e silenziose, proprio come quelle del vecchio frac. Solo dal vicino Parco Paradiso giungevano rumori e qualche urlo opera di adolescenti pieni di pustole, ormoni e certezze, piuttosto che di El Gato, George Best o Constante Gauna.
L’amore viscerale per Osvaldo Soriano, i suoi personaggi ed i suoi racconti di footbal, unito alla nostalgia per il calcio di quando ero ragazzino, mi hanno fatto immaginare che quelle notti non fossero segnate dalle urla di qualche ragazzino in un momento di sovraccarico ormonale, ma dai rumori dei personaggi fantastici, malinconici di Soriano e dalle facce di quei giocatori che vedevo da bambino alla Domenica Sportiva, intervistati da Beppe Viola.
“Il rigore più lungo del mondo” è il racconto breve di Soriano che amo di più in assoluto.
Stupide nostalgie di un cinquantenne che vorrebbe fermare il tempo. Ma io aspetto sempre di vedere Osvaldo Soriano di spalle, il fisico curato dal cibo e dal buon vino, le maniche della camicia arrotolate, un gatto vicino alle gambe a dividere con lui la strada. Non è ancora successo. Ma non è detto che questa non sia la serata buona.

- / 5
Grazie per aver votato!