Quando a dicembre del 1955 Bobby Charles, nome d’arte del cantautore cajun Charles Guidry, incide la canzone “Later Alligator”, Bill Haley è già una star indiscussa del rock and roll. Anzi, in quel momento è la star del rock. Grassoccio, con problemi di vista ad un occhio, Bill Haley si fa accompagnare dalla band “The Comets” composta da esperti musicisti jazz. Per molti anni ha cercato il grande successo, finchè nel 1953 incide il primo pezzo che lo farà conoscere in tutti gli States, “Crazy Man, Crazy”, seguito da “Rock around the clock”, che incide nel 1954, senza riscuotere però il successo sperato.
All’inizio del 1955, la canzone viene usata per aprire il film mito “Blackboard Jungle”. La canzone, diventa il primo brano rock and roll a superare il milione di copie vendute (ne venderà poi 22 milioni), facendo di Bill Haley il primo vero divo del rock. A ruota, incide la canzone di Guidry, cambiandone il titolo in “See you later alligator” e confermando il delirante successo. Nello stesso momento, per sfortuna di Bill Haley, un altro bianco si impone nel rock e diventa in poco tempo un mito. E’ di Tupelo, incide per una casa discografica di Memphis ed è bello, conturbante e riempie i sogni di tutti i ragazzi. Il mito di Elvis mette rapidamente in un angolo Bill Haley and his Comets, che resisteranno un paio di decenni all’ombra delle canzoni incise in quei magici due anni. Bill Haley, alcolizzato, non avrà vita semplice, con una carriera da vecchia gloria fino alla sua morte, avvenuta nel 1981 per un tumore. Charles Guidry continuerà a scrivere canzoni per i tanti artisti di New Orleans come Fats Domino, ritagliandosi un suo spazio, incidendo dischi fino agli anni 90 inoltrati ed entrando nella Louisiana Hall of fame nel 2007. Charles morirà nel 2010 a 71.
See you later alligator. Ce lo chiediamo non appena apriamo gli occhi. Abbiamo trovato sul letto il depliant di “Cajun Encounters”, l’operatore che ci dovrebbe accompagnare nell’escursione, ma non siamo riusciti a capire se c’è o meno la prenotazione. Con il dubbio scendiamo in fretta a colazione. Monica conferma la nostra gita e ci dice di averlo segnato sul coupon che abbiamo trovato sul letto. Importa poco se non ce ne siamo accorti. Facciamo colazione con la coppia di turisti più anziani. I giovani sono stati probabilmente annientati dal sabato sera di Nola. In compenso c’è un’altra coppia ospite. Sono due ragazzi di colore, freschi, simpatici ed innamorati dell’Italia. Lei ha studiato per lungo tempo a Roma e qualche parola di italiano le è rimasta in testa. Finiamo di mangiare, pensando all’escursione, con il cielo che comincia a coprirsi. Tornati in camera, vediamo sul coupon la conferma dell’escursione e l’orario dell’appuntamento con il pulmino che ci porterà nelle paludi.
Scendiamo cinque minuti prima. Il piccolo pullman è già fermo su Canal Street a poche decine di metri dalla porta del Canal Street Inn. Al volante una ragazza di colore che ci fa salire. Ci presentiamo e ci chiede scusa se finisce la sua colazione, prima di cominciare il giro a prendere i turisti nei diversi hotel. Si sta mangiando due o tre enormi barre di cioccolato ripieno tipo “bounty” e bevendo uno di quegli integratori dolcissimi di un colore “azzurro vivo fiat 127”. Anche un amante del dolce estremo e nocivo come me, rabbrividisce davanti a tanto. Poi partiamo. Gireremo per New Orleans per quasi un’ora a raccattare turisti, prima di imboccare una delle tante highway che portano fuori città. Nola è enorme. Sembra non finire mai. La highway attraversa una serie di piccoli villaggi chiaramente nuovi, costruiti dopo Katrina. Non riusciamo a capire molto di quanto la nostra guida dice mentre è al volante, ma la parola Katrina risuona più e più volte inconfondibile. Per gli abitanti è stata una svolta epocale. E’ esistito un mondo “before Katrina” ed esiste un mondo “after Katrina”.
Il pullman macina chilometri e si infila in un viadotto lunghissimo che taglia il lago Pontchartrain per chilometri e chilometri. Avvicinando il continente, ad un centinaio di metri sulla sinistra, vediamo il moncherino del vecchio viadotto, probabilmente spazzato via dall’uragano. Arriviamo alla partenza dell’escursione verso mezzogiorno. E’ una costruzione in legno su una sorta di robusta palafitta. Quando entriamo per fare i biglietti, troviamo una coda lunghissima. Ci siamo attardati al bagno e tutto il pullman, tranne un paio di persone che han fatto tardi in bagno con noi, è in coda davanti a noi per comprare qualsiasi cosa, biglietti compresi. Sta per arrivare mezzogiorno, l’ora dell’escursione in barca, mentre un gruppetto di ragazze davanti a noi sta comprando di tutto. Un articolo per volta, una ragazza alla volta. Reprimiamo qualsiasi istinto di violenza solo perchè si apre anche un’altra cassa. Paghiamo e ci viene spiegato nell’inglese poco amichevole che hanno da queste parti, che verremo chiamati in base al colore del bracciale di plastica che la signora ci allunga. Guardiamo con orrore il bracciale. Non è verde, rosso, giallo, blu.E’ un insieme di colori che va dal viola, al verde, giallo, blu, tutti mischiati come un gelato a cinque gusti che si sta sciogliendo. Il bracciale è accompagnato dalla parola “morigrò”, che ci lascia di sasso. E che vuol dire? Cosa sentiremo?. Usciamo fuori dove aspettano tutti gli altri.Tutti con un bracciale colorato. Prendiamo di mira una coppia con i braccialetti uguali ai nostri e la marchiamo come nemmeno Materazzi fece con Zidane alla finale dei mondiali. Poi, mentre un suono gutturale risuona nell’aria e la “nostra” coppia va verso il molo, ci viene l’ispirazione. “Morigrò” è il loro modo per pronunciare “Mardi Gras”, Martedì grasso, la festa più importante di New Orleans. Ci avviamo verso l’imbarcazione, lungo un camminamento prima del quale è collocato un cartello che avverte che il transito sulla passerella è consentito solo se accompagnati da un addetto. L’addetto in questione è un ragazzone vestito con camicia, pantaloni e cappellino di ordinanza tutto in verde militare e sandali ai piedi. Ci sediamo in una imbarcazione che tiene meno di venti persone, sedute su due file, una di spalle all’altra. Saliamo per ultimi e quindi saremo i primi, seduti proprio sulla prua della barca. Ha il fondo piatto e l’acqua verde della palude è poco lontano dalle nostre ginocchia, tanto sono passe le sue fiancate. La barca si muove in un paesaggio spettacolare. La giornata è grigia. Talvolta ci sono degli schizzi di pioggia che ci obbligano ad indossare la mantella di naylon comprata nei giorni scorsi. L’acqua è di un verde intenso, così come la vegetazione che talvolta si richiude sui canali, come a proteggerli.Di tanto in tanto si incrociano altre imbarcazioni. Spesso ci fermiamo nei territori dei diversi alligatori, che la nostra guida chiama per nome. Chissà se per abitudine o per senso dello spettacolo. Arrivato nel territorio di uno dei suoi “amici”, la guida lancia in acqua delle specie di tondini bianchi. L’alligatore, generalmente non più lungo di un metro e mezzo, due, si avvicina. A questo punto viene stuzzicato con un pezzo di wurstel infilato nella punta di un bastone. L’animale compie dei salti notevoli, arrivando ad uscire quasi completamente dall’acqua per afferrare la carne. Talvolta, per aumentare l’adrenalina, il bastone viene posto a ridosso dei bordi della barca, con l’alligatore che la sfiora, o ci va a sbattere contro. Pensiamo che non si faccia male, tanto sembra dura, robusta e coriacea la sua pelle. Stiamo in giro per le paludi per due ore, guardando e dando da mangiare a decine di alligatori. Un paio di volte ci accostiamo alla terra e l’imbarcazione viene raggiunta da piccoli branchi di maialini selvatici attirati dal cibo.
Vediamo anche un picchio in azione. Il nostro primo “Woody woodpecker” dal vivo. Quando ritorniamo al molo da cui siamo partiti, ci rendiamo conto di aver perso l’orientamento. Qui davanti c’eravamo già passati circa un’ora prima e l’avevamo scambiato per un villaggio fra le paludi. Scendendo, percorriamo la stessa passerella di prima, ma questa volta senza avvertenze. Ci sediamo sotto una tettoia ad aspettare il bus numero 42 che ci riporterà a Nola, mentre comincia a piovere in maniera insistente. Cinzia e due bambini giapponesi ingannano il tempo con due pericolosissimi gattini e la loro madre; i due orientali hanno più fascino, sfoderando degli snack al formaggio che i gatti si mangiano senza fiatare.
In breve arriva un pulmino a scaricare un gruppo di turisti che si farà le escursioni sotto la pioggia battente ed a caricarne altri per tornare in città. In base a qualche strano algoritmo, qualcuno del bus 42 viene caricato e noi fortunatamente siamo fra quelli. Il nostro bus sarebbe arrivato dopo più di un’ora.
All’interno del pulmino il gelo è pauroso. L’autista bofonchia qualcosa che potrebbe assomigliare all’ordine delle fermate a New Orleans. Di fuori si è scatenato il diluvio come due giorni prima. Tuoni, lampi ed acqua a catinelle sta scendendo, mentre il pulmino esce dalle highway e si infila in città. Riusciamo a capire che il nostro B&B, come è stato il primo in cui il bus si è fermato, così sarà l’ultimo. Scendiamo infatti per ultimi, mentre i miei occhiali istantaneamente si appannano per la differenza di temperatura fra il gelo all’interno del bus ed il caldo umido all’esterno. Saliamo in camera per cambiarci le scarpe e riscaldarci con una tazza di te, prima di prendere per l’ultima volta il nostro “tram chiamato desiderio”, per andare al french quarter.
Quando usciamo dal Canal Street Inn, la buriana è passata ed il sole si è già fatto spazio fra le nuvole. Scendendo dal Trolley, passiamo per il circo di Bourbon Street, quindi puntiamo diretti verso Decatour Street. E’ tardi ed i negozi sono tutti in chiusura. Alle 18.30 quasi tutti i negozi tirano giù le serrande. Cinzia trova degli occhiali da sole molto chic per pochi dollari, quindi andiamo diretti verso il nostro obbiettivo, un negozio di dischi che avevamo notato nei giorni passati vicino a Frenchmen Street. E’ ancora aperto, chiude dopo le 20. Caso unico fino ad ora, non ha solo vinili, ma ha una sterminata fila di cd nuovi ed usati, quasi tutti di musica di New Orleans. Usciamo dopo tre quarti d’ora, con una bella preda. Anche solo dalla disposizione dei cd, dal clima che si respira nei negozi di musica, traspare il valore che viene dato negli Stati Uniti alla musica popolare. Non figlia minore, illegittima ed anche poco desiderata della cultura, ma uno dei perni, uno dei punti cardine su cui si fonda la cultura popolare, con la stessa dignità della parola scritta e delle immagini di ogni tipo. E’ in questo caso che si dimostra come per l’Italia in particolare, la cultura classica non rappresenti un punto di partenza, ma un fardello pesantissimo.
Usciti con lo zaino pieno di cd e con la carta di credito più leggera, andiamo subito a cercare un posto per la cena. Non è tardissimo, non sono nemmeno le 19.30, ma stasera vorremmo cenare a suon di musica. Ci sediamo in un locale, mentre un complesso jazz sta suonando non sappiamo da quando. Alcuni tavoli sono occupati, ma, data l’ora, molti altri sono liberi. Non facciamo neanche a tempo a scegliere la cena dal menù, che sul palco sale una ragazza bionda. Un po’ “florida”, tailleur grigio ed una voce da far fermare il tempo. L’impressione è la stessa avuta a Memphis ed ancor prima a Kansas City: le persone che cantano e suonano nei locali hanno capacità incredibili. Sicuramente lo faranno per mestiere, ma il livello musicale dei cantanti e dei musicisti e di molte spanne superiore a quanto si può vedere da noi. E l’innata predisposizione che hanno per stare su di un palco e fare spettacolo fa ancor di più la differenza. Ci fermiamo per un paio di ore, forse di più, prima di andare a riprendere il tram per ritornare al B&B. Domani mattina dovremo partire e forse questo ci fa sbagliare addirittura la fermata in cui scendere. Arriviamo al capolinea, dobbiamo tornare indietro. Nonostante questo, i nostri giorni a New Orleans, si chiudono questa sera.