La quarta volta

Shahao è stato operato per la quarta volta. Era nell’aria da febbraio e sembrava non arrivare mai. Poi, in un attimo, ci siamo trovati sparati da un cannone in un vortice. Un tornado di scadenze, esami, incombenze, ansie, paure ad aggiungersi alle scadenze, esami, incombenze, ansie e paure che uniscono i minuti delle nostre giornate.

E quindi, a metà dicembre, quattro ore di sala operatoria, quattro giorni di degenza, in bocca più punti che l’Inter nel girone di andata. A casa poi la guardia, il marcamento a uomo asfissiante, strenuo, perché il lavoro dei chirurghi e il nostro di avvicinamento all’operazione non fossero vanificati da una caduta, una botta qualsiasi.
Come cornice il COVID, con la pandemia che ha ricominciato di nuovo a mordere. L’attenuazione dei mesi passati ha permesso di mettere in calendario l’intervento, inizialmente programmato per la scorsa primavera. Comunque, oltre ai tamponi di rito, Cinzia e Shahao sono stati isolati in reparto per tutta la degenza, senza possibilità di visite, riposo e contatto diretto.

Confrontarsi con la disabilità significa anche questo. Affrontare interventi, cure, terapie con la speranza che dopo si percepisca un progresso, anche minuscolo e impercettibile, ma che vinca l’immobilità della situazione.
Confrontarsi con la disabilità significa confrontarsi con il presente provvisorio, inadeguato, egoista, con il passato impresso a fuoco nella propria mente e con il futuro e le inevitabili ansie e frustrazioni. È un confronto quotidiano, continuo fra quello che poteva essere e quel che è in realtà.

È un tipo di vita che comprende nella normalità il rapporto con qualsiasi medico e la possibilità che le certezze maturate fino ad oggi, fra dieci minuti siano per terra, in frantumi.
Quali benefici abbia portato questo quarto intervento chirurgico “italiano”, il sesto nella vita di Shahao, non ci è ancora dato a sapere.
A distanza di quindici giorni, abbiamo abbandonato le stampelle, ma continuiamo con il gel in bocca, il lavaggio molto cauto dei denti e un’attenzione sui suoi movimenti che non è mai esagerata.
Frulliamo ogni cosa. Il panettone no. “Perché non lo posso mangiare?”. Perché no.

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