“Lo sportello , Cristo, perchè non si chiude mai ‘sto cazzo di sportello”. Cominciò ad armeggiare con la maniglia della lavastoviglie, prima di sentire il “clang” della chiusura.
Piatto, bicchiere, coltello e forchetta erano andati là dentro. Pentola e scolapasta nel lavandino pieno d’acqua. Ritiró anche il piatto, le posate ed il bicchiere che aveva messo per Marisa. Puliti.
Lavò velocemente le stoviglie sporche, tolse le briciole dal tavolo e, scopa e paletta alla mano, cancellò dal pavimento della cucina ogni traccia della cena e della giornata intera. Fino a due anni prima, nemmeno immaginava di cucinare e rassettare casa, ma non voleva che Marisa lo giudicasse incapace di badare a se stesso.
Si erano conosciuti nel 1978, proprio in quei giorni di giugno in cui Paolo Rossi diventava Pablito e l’Italia iniziava a conoscere il presidente partigiano sempre con la pipa in bocca.
Si erano sposati poco dopo ed insieme avevano affrontato ogni ora delle loro giornate. Nulla di epico ed avventuroso. La vita in una casa di periferia non prevede grandi avventure. E’ da eroi vivere senza lasciarsi travolgere dal quotidiano, senza perdere la propria anima nel lavoro e nella monotonia delle giornate e conservarne un pezzo da dividere con la persona che ti sta accanto.
Ci erano riusciti. Ci fosse stato il modo per misurare l’amore fra due persone, per loro sarebbe stato necessario inventare una nuova, enorme unità di misura.
Chiuse i sacchetti della spazzatura e si mise le scarpe. Gli capitava di scendere anche in ciabatte, ma il freddo mordeva forte in quei giorni di inverno. Si infilò il giubbotto pesante, quindi si calcò forte il berretto in testa. Quando erano più giovani Marisa giocava spesso con i suoi capelli. Da molti anni non era più rimasto molto con cui giocare.
Andò in cortile per mettere la spazzatura dentro i cassonetti, quindi uscì in strada.
Come ogni giorno si ricordava benissimo dove aveva parcheggiato la sua macchina blu. Era proprio là. Lucida. Pulitissima. Lo specchietto verso il lato strada, chiuso. Dentro c’era lei. Marisa gli sorrideva, guardandolo con dolcezza.
Si infilò una sigaretta in bocca ed anche lui accennò un sorriso. Avevano viaggiato in macchina insieme tutto il giorno, parlando del più e del meno. A Marisa era piaciuta molto la sua nuova camicia e l’aveva preso in giro per l’ultima cena che aveva cucinato, finita subito nella pattumiera per quanto faceva schifo, sostituita da bastoncini di pesce surgelato cotti al microonde.
Lei era bellissima ed aveva lo stesso vestito che indossava quel giorno che si erano concessi la pazzia di andare ad un cinema. Al ritorno scherzarono e risero tutto il tempo, finché Marisa non chinò la testa. Pensò che si fosse addormentata. Al semaforo, la guardò con attenzione, la scosse e capì che non era sonno. Marisa se ne era andata. Un attimo prima rideva con lui. Senza dirgli niente, un attimo dopo non c’era più.
Da allora, passa tutte le giornate in macchina con lei. In giro per la città, Parlando, ascoltando, ridendo ed arrabbiandosi. Marisa vorrebbe che la dimenticasse. Lui è stato capace di cambiare tante cose, ma quello proprio non riesce nemmeno a pensarlo.
Ogni sera, sigaretta in bocca e cappello ben calcato in testa, scende in strada per darle la buonanotte. Controlla con pignoleria che tutte le serrature dell’auto siano chiuse, che i vetri resistano, che la macchina sia in grado di proteggere la sua Marisa, perché nessuno le faccia del male e possa passare la notte con tranquillità. Perchè gli eroi non si separano nemmeno dopo la morte.
La scorsa estate la nostra casa fu occupata per circa un mese da un’ impresa edile che, con la scusa di rifare un bagno, ci relegò nel terrazzo lato strada. Dopo pranzo e dopo cena, ogni giorno sentivamo qualcuno trafficare furiosamente con le maniglie di un’automobile. Sporgendoci dal balcone, notammo un uomo anziano che provava ad aprire ripetutamente le porte chiuse di una Toyota blu lucidissima, spingendo poi su tutti i vetri e guardandola per molti minuti con insistenza, fumando una sigaretta.
Ancora oggi non so chi sia, ne dove abiti. Non ho nemmeno mai sentito la sua voce. Tutte le sere, con qualsiasi tempo, lui è là, ad armeggiare con la sua automobile ed a guardarla con dolore e tenerezza. Ho provato ad immaginare la sua vita al di fuori di quei minuti passati in strada. Mi piace pensare che nella vita semplice delle persone ci sia tanta anima che non aspetta altro che uscire fuori. Mi piace pensare che anche gli oggetti più comuni possano legarci a pezzi di noi e del nostro cuore. Mi piace pensare che il legame che tiene insieme due persone nella vita sia così forte da prendere a pugni anche la morte, trovando sempre e comunque la strada per uscire e trovare la luce.