L’armadio

La porta dell’armadio era ancora chiusa. La lampadina che pendeva dal soffitto consentiva di vedere bene il vecchio guardaroba. Il grande cassetto era a posto, così come la porta sovrastante.  Un triste foglio di carta adesiva copriva il legno grezzo della porta, messo a nudo dall’assenza di uno specchio, rotto chissà come, chissà quando.
Fuori, la luce del giorno si stava lentamente attenuando. La luna era comparsa da qualche ora nel cielo incendiato dal sole che velocemente stava tramontando.
In casa ci si stava preparando all’oscurità. Tutti sapevano benissimo cosa fare. Nulla era lasciato all’improvvisazione.

Il lampione, situato proprio di fronte al cancello scrostato e pieno di ruggine, si era acceso. Lo capivano dai piccoli puntini di luce che entravano dalla serranda della finestra perennemente abbassata. Non potevano fare altrimenti. Nessuno poteva sapere cosa succedeva all’interno.
La piccola casa ad un piano era una delle poche sopravvissute alla furiosa costruzione di enormi condomini avvenuta negli ultimi anni. La strada, un tempo occupata da una sola vecchia fabbrica, nei decenni si era riempita di alti palazzi pieni di gente. Durante la giornata, il marciapiede e la strada erano frequentati dalle molte persone che la abitavano, o che la percorrevano per andare da una parte all’altra della città.
Quasi tutte le altre casette circostanti erano state ristrutturate ed ora sembravano delle piccole villette. Qualcuno aveva ceduto ai tempi ed al denaro, buttando giù la propria casa per far alzare un condominio.

Questa piccola casa era un’eccezione. Nessun lavoro di abbellimento, o conservazione. Il cancello rugginoso, con ancora le tracce della vernice azzurra che un tempo lo ricopriva, era sempre chiuso da un grosso catenaccio.
Una lurida tenda schermava l’ingresso della casa, le cui serrande erano sempre e costantemente abbassate.
Il giardino incolto, era il deposito di una serie di grossi fusti di metallo arrugginito. Sotto una decrepita tettoia, era parcheggiato un vecchio e rugginoso motocarro, insieme ad altro ferrame di varia provenienza.
Nessuno nel vicinato quasi osava nominare la vecchia casa malconcia e sporca, da cui ogni tanto proveniva musica rock a tutto volume. Men che meno si avvicinavano, o cercavano un contatto con gli abitanti. Anche il postino buttava la rara corrispondenza per terra, sotto la lurida tettoia.

Avevano lavorato bene. Quel che volevano era proprio questo. Generare così tanta diffidenza, da essere ignorati. Era essenziale per il loro compito. Fino a cento anni prima era stato semplice. La superstizione contadina rendeva le persone facilmente raggirabili. Quel posto era in aperta campagna ed era bastato alzare un edificio in pietra, accendere qualche fuoco attorno per scatenare la diffidenza e l’ignoranza di chi abitava nelle vicinanze.
Col tempo era diventato molto più difficile. Oggi l’indifferenza delle persone, gli aveva di nuovo consentito isolarsi, avendo cura di non far vedere quanto succedeva dentro la casa.

Bisognava tornare indietro di molti secoli, quando la famiglia di mezzadri che cercava di lavorare fra quelle paludi, venne presa in ostaggio dalla soldataglia del nobile che regnava su quelle terre. Stufi delle continue prepotenze, i contadini del luogo, assalirono i delinquenti e li uccisero. Prima di morire, il più spietato fra di loro giurò vendetta.  Sarebbe tornato dalla fossa in cui lo stavano per seppellire ancora vivo, in mezzo ai cadaveri dei suoi compari. A chiudere il discorso fu il prete. Stanco di veder soffrire la propria gente, lo benedì, lo spinse dentro alla fossa e quindi cominciò a chiuderla, mentre da sotto provenivano urla e maledizioni.

Da allora una famiglia  è a guardia della porta dell’inferno, da cui, ogni volta che scende la notte, gli sgherri  cercano di uscire e riappropriarsi delle terre.
Quando la luce comincia ad andare via, pugnali, ferri di cavallo, impronte di zoccoli si materializzano sul pavimento. Un odore nauseabondo comincia ad uscire dall’armadio, mentre nell’aria arrivano urla di disperazione.
Da secoli, ogni abitante della casa ha un suo spazio ed un suo compito preciso. Talvolta la notte si limita a rumori, urla ed odori, altre volte la porta si spalanca ed occorre respingere con forza  i demoni. Altre volte ancora, senza essere visti da alcuno, i guardiani vanno in giardino e, armati di tutto punto,  si calano dentro ai bidoni rugginosi, che nascondono ingressi supplementari al regno dei morti, per combattere a viso aperto e con tutte le armi, contro il male che spinge per ritornare fuori.
Talvolta il combattimento esce dalla sua dimensione, per arrivare nel nostro tempo. Per nascondere i rumori, i guardiani hanno trovato uno strano tipo di musica, considerata dagli uomini demoniaca, ma che, oltre a mascherare la lotta, sembra indebolisca le creature malvagie che cercano di forzare la porta dell’inferno per tornare.

Con le luci del mattino, la lotta finisce. Spariscono tutti gli oggetti comparsi sul pavimento. L’odore rancido, di carogna se ne va ed i bidoni del giardino ritornano ad avere il loro aspetto trasandato di ferri vecchi.
I guardiani, smettono i loro panni di guerrieri ed assumono il loro ruolo di vicini strani e scorbutici, fino al prossimo tramonto.

Quando sono venuto ad abitare in questa casa, dal balcone vedevo piccole casette, il campo di grano dell’università di agraria. Più in lontananza alcuni condomini popolari e sullo sfondo, maestose, bellissime, le montagne.
Sono passati diciotto anni. I condomini sono nati come funghi, sostituendo terreni incolti, prati, basse casette i cui proprietari non sono riusciti a dir di no ad un bel po’ di soldi.
In questi anni non è cambiata solo quella casetta. Non un colpo di pennello, non una bottarella di carta vetrata sui cancelli. Sembra disabitata da quanto ferro vecchio ed arrugginito c’è nel giardino e sotto la tettoia e da come il tendone consunto che ripara l’ingresso e le serrande delle finestre sono nella stessa posizione. Ed invece tre, quattro persone la abitano tutto l’anno, facendo probabilmente la guardia ai demoni della propria mente, o del proprio passato. Credo che la mia curiosità di entrare dentro la casetta, di passeggiare fra i rottami depositati nel giardino, sia la stessa di tante persone, come me intimorite ed affascinate.

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